Venezuela, l’intervento militare statunitense e lo scacchiere regionale.
Dopo un anno di “massima pressione” iniziato nel gennaio 2025, gli Stati Uniti hanno compiuto a inizio 2026 il salto di qualità: un intervento militare in Venezuela che ha portato alla cattura del presidente Nicolás Maduro e della moglie Cilia Flores, trasferiti a New York e incriminati per accuse legate al traffico di droga.
Dopo la cattura di Maduro la vicepresidente Delcy Rodríguez è stata proclamata presidente ad interim. Un passaggio di testimone, se così si può definire, a dir poco controverso. La Costituzione venezuelana prevede, infatti, elezioni in caso di impedimento del capo dello Stato: il testo non chiarirebbe in modo univoco entro quando si debba tornare alle urne, mentre giuristi e osservatori contestano le interpretazioni adottate dalle istituzioni venezuelane controllate dal regime.
Un Paese in crisi strutturale dal 2013.
Nel briefing realizzato da Marc Jütten e Angelos Delivorias per il Parlamento europeo, si ripercorre la parabola del Venezuela sotto Maduro, al potere dal marzo 2013 dopo la morte di Hugo Chávez: anni di governo segnati da crisi economica e umanitaria, iperinflazione, carenze di beni essenziali e collasso dei servizi.
Un mandato dittatoriale, di fatto, che ha superato la crisi prodotta da Juan Guaidó e María Corina Machado.
La strategia Usa: dalle sanzioni all’operazione “Absolute Resolve”.
Il documento descrive l’evoluzione dei rapporti Usa-Venezuela: dalle sanzioni progressivamente rafforzate dal 2005, fino alla nuova fase dell’amministrazione Trump, che avrebbe alternato un breve tentativo di soluzione negoziata a un ritorno alla linea della rimozione forzata del regime.
La dinamica di escalation, secondo gli autori, comprende il dispiegamento navale in area caraibica, l’aumento delle ricompense per informazioni utili alla cattura di Maduro, la designazione di strutture criminali come organizzazioni terroristiche e una serie di attacchi contro imbarcazioni ritenute legate al narcotraffico. Il punto di svolta, come noto, è poi arrivato il 3 gennaio 2026 con l’operazione “Absolute Resolve”, culminata nella cattura del leader venezuelano e in raid nei dintorni di Caracas, con un bilancio di vittime che includerebbe civili e militari stranieri presenti sul territorio.
Il briefing sottolinea anche il messaggio politico della Casa Bianca: la rivendicazione di una rinnovata “dominanza” statunitense nell’emisfero occidentale e il richiamo a una logica di sfera d’influenza che richiama le stagioni più dure della Guerra fredda, quando l’America Latina veniva descritta come il “cortile di casa” di Washington.
Petrolio, investimenti e l’incognita stabilità.
Sul piano economico, gli autori mettono in evidenza un paradosso: il Venezuela possiede enormi riserve di petrolio ma produce relativamente poco, anche per difficoltà tecniche, sotto-investimenti, fuga di competenze e impatto delle sanzioni. In teoria, un aumento della produzione potrebbe migliorare i conti del Paese; nella pratica, servirebbero investimenti esteri massicci e soprattutto stabilità politica e certezza regolatoria.
La partita globale: Cina in primo piano, ma non solo.
Un capitolo centrale riguarda la presenza di attori esterni. Il documento descrive la relazione con la Cina, consolidata negli anni di Chávez e formalmente elevata nel 2023 a partnership strategica di massimo livello. Pechino avrebbe investito in settori chiave e ottenuto forniture energetiche e accesso a materie prime. Dopo l’intervento Usa, la Cina avrebbe definito l’azione una violazione del diritto internazionale e chiesto la liberazione di Maduro.
Accanto alla Cina, il briefing cita altri alleati del Venezuela – Cuba, Iran e Russia – evidenziando come la crisi venezuelana sia diventata un nodo in cui si intrecciano energia, sicurezza, influenza regionale e competizione tra blocchi.
Effetto a catena in America Latina.
Sul piano regionale, la reazione dei governi latinoamericani appare spaccata lungo linee ideologiche: alcuni esecutivi condannano l’intervento, altri lo accolgono favorevolmente. Particolarmente delicata la posizione della Colombia, confinante e già attraversata da dinamiche di sicurezza legate a gruppi armati e traffici transfrontalieri. Il briefing segnala anche l’impatto potenziale su Cuba, dipendente dalle forniture energetiche venezuelane, e l’incertezza sul futuro dei milioni di migranti venezuelani, molti dei quali non rientrerebbero finché non ci sarà un cambiamento politico credibile.
La posizione dell’Unione europea.
L’Ue, negli anni, ha sostenuto una soluzione “pacifica, democratica e inclusiva” guidata dai venezuelani, combinando assistenza umanitaria e pressione politica attraverso sanzioni mirate (divieti di viaggio e congelamento di beni) e un embargo su armi e materiali potenzialmente utilizzabili per la repressione interna. Le misure restrittive, prorogate fino al 2027, includono anche Delcy Rodríguez.
Parallelamente, la Commissione europea – secondo il briefing – non intenderebbe riconoscere Rodríguez come parte del nuovo assetto di governo a Caracas.
foto 2022 Prensa Presidencial de Venezuela.
