Università sotto pressione? L’indagine che accusa l’UE di orientare la ricerca attraverso il programma Jean Monnet
Una rete globale di docenti, moduli didattici, centri accademici e progetti formativi. Ufficialmente, un impegno per promuovere l’eccellenza nello studio dell’integrazione europea. Ma secondo un dettagliato report pubblicato da MCC Brussels, Professors of Propaganda, il programma Jean Monnet – parte del più vasto Erasmus+ – sarebbe diventato un vero e proprio strumento politico volto a orientare ricerca, insegnamento e opinione pubblica a favore dell’Unione Europea.
Il documento, firmato dal ricercatore Thomas Fazi, analizza oltre trent’anni di evoluzione del programma e sostiene che l’UE utilizzi finanziamenti, progetti e partnership per inserire nei curricula accademici narrazioni allineate alle priorità politiche comunitarie, con un impatto che va ben oltre le aule universitarie.
Un programma globale da 25 milioni l’anno: nessuna ricerca libera, ma investimenti per influenzare la formazione.
Il report evidenzia che circa 25 milioni di euro l’anno vengono distribuiti a università, centri di ricerca e scuole in oltre 70 Paesi, raggiungendo mezzo milione di studenti ogni anno.
Secondo il documento, si tratta di fondi che non finanziano ricerca indipendente, ma attività con un orientamento politico dichiarato: promuovere l’integrazione europea e diffondere i valori dell’UE.
Dai moduli universitari alla società: come si diffonde la narrazione pro-UE.
Molti dei progetti finanziati – secondo l’analisi – non si limitano allo studio giuridico o storico dell’UE, ma hanno obiettivi espliciti: rafforzare l’identità europea, contrastare la crescita dei partiti populisti ed euroscettici, sfidare la de-europeizzazione e combattere la disinformazione anti-UE.
Il report segnala inoltre come diversi moduli e reti Jean Monnet coinvolgano media, ONG e istituzioni politiche, creando un “circuito di retroalimentazione” in cui ricerche finanziare dall’UE vengono poi utilizzate per legittimare le politiche comunitarie.
Accademia, ONG, media: un ecosistema integrato. La propaganda “by proxy”.
Secondo MCC Brussels, Jean Monnet sarebbe parte di un più vasto ecosistema definito EU–NGO–media–academia complex, in cui attori considerati indipendenti operano come “casse di risonanza” delle priorità politiche della Commissione europea.
In alcuni casi, osserva il report, professori titolari di cattedre Jean Monnet avrebbero preso pubblicamente posizione su controversie politiche – come l’Ungheria o la Brexit – presentati spesso dai media come esperti neutrali, nonostante il loro legame finanziario con l’UE.
L’accusa più grave: un rischio per la libertà accademica.
Il documento sostiene che il meccanismo dei finanziamenti favorisca una conformità ideologica nei confronti delle priorità dell’UE, scoraggiando approcci critici e premiando invece progetti che abbracciano l’agenda europea su clima, rule of law, governance digitale, migrazioni e identità.
Secondo l’autore, questo processo “trasforma gli studenti in soggetti da plasmare in cittadini europei modello”, snaturando la missione dell’università e mettendo a rischio la tradizione dell’autonomia accademica.
L’espansione geopolitica: non solo Europa, ma oltre 70 Paesi. L’Ue usa le università come strumenti di soft power.
La rete Jean Monnet è particolarmente presente nei Paesi chiave per le strategie geopolitiche europee. In Ucraina – divenuta negli ultimi anni la greppia dei fondi Ue -, ad esempio, centinaia di progetti avrebbero l’obiettivo di “allineare la società ai valori europei” e preparare il percorso verso l’integrazione euro-atlantica.
Il report definisce questa pratica come “diplomazia pubblica per interposta persona”: non è l’UE a parlare direttamente, ma docenti e istituzioni finanziate a farlo verso opinioni pubbliche estere.
Bisogna depoliticizzare l’università.
Il documento si conclude con varie proposte, tra cui l’eliminazione dei criteri politici dai bandi di ricerca, il rafforzamento della trasparenza nei rapporti tra UE e istituzioni accademiche, il finanziamento dei progetti sulla base del merito scientifico e non dell’allineamento ideologico, la promozione del pluralismo e del dibattito critico e porre fine alla pratica di utilizzo delle università come strumento di propaganda pubblica.
Un dibattito destinato a crescere.
L’indagine di MCC Brussels mette sul tavolo un tema che tocca la credibilità delle istituzioni europee ma anche la libertà e l’indipendenza di migliaia di ricercatori.
Se il programma Jean Monnet sia davvero uno strumento di propaganda o semplicemente un modo di sostenere lo studio dell’integrazione europea è destinato a diventare un nodo politico di primo piano, soprattutto in una fase storica in cui il rapporto tra cittadini, istituzioni e produzione del sapere è più fragile e contestato che mai.
L’Ue ha bisogno di corrompere ngo, università e imprese per tenersi in piedi? Se la risposta è affermativa allora andrebbe liquidata a stretto giro.
