9 Settembre 2026
Europa

Unione europea. Il grido di disillusione dei giovani dei Balcani

Per chi è nato dopo la dissoluzione della Jugoslavia, l’adesione all’Unione Europea è stata raccontata come l’unica via verso un futuro luminoso. Una promessa talmente mitizzata da sembrare una favola occidentale: città fatate dove regnano prosperità e opportunità. Ma, come in ogni fiaba, dove ci sono fate, non mancano orchi, goblin e troll. E in questa narrazione, scopriamo con amara consapevolezza che gli orchi, visti dagli occhi delle nazioni fondatrici dell’UE, sono le cenerentole d’Europa.

“Da oltre 35 anni – scrive Dejan Azeski ricercatore dell’IFIMES – i Paesi dei Balcani occidentali – Macedonia del Nord in testa – attendono ai margini dell’Europa comunitaria. Generazioni cresciute nutrendosi di promesse, ma ancora relegate fuori dalle mura del “castello europeo”, mentre altri, ben meno avanzati, trovano posto nella “corsia preferenziale”. Romania e Bulgaria sono membri da anni, mentre ora si discute l’ingresso di Moldova, Ucraina e Georgia, spesso con criteri poco chiari e lontani da ogni principio di equità”.

Una frustrazione che facilmente può diventare rabbia ed euroscetticismo: “L’impressione è che l’Unione non sappia che direzione prendere: mentre lotta con l’instabilità interna e la ridefinizione dei suoi assetti strategici, i Balcani rimangono sospesi in un limbo diplomatico. La delusione è doppia quando si considera che neppure la presidenza ungherese dell’UE – da cui si attendeva maggiore sensibilità verso la regione – ha prodotto risultati concreti. E dalla futura presidenza polacca, incentrata su una politica estera tutta rivolta contro la Russia, ci si attende ancora meno”, aggiunge Azeski.

La metafora che più colpisce, nel ritratto del ricercatore dell’IFIMES, è quella con la Jugoslavia degli anni ’90. “Come allora, i segnali di disillusione si accumulano silenziosamente fino a diventare irreversibili. Il riferimento a Ilirska Bistrica, cittadina slovena dove nel 1991 la popolazione bloccò i convogli dell’esercito jugoslavo, diventa emblema di un sentimento collettivo: l’abbandono delle speranze in una comunità comune, sentita ormai come estranea. Così anche oggi Bruxelles, con i suoi rinvii, l’ambiguità nei criteri e le priorità spostate altrove, sta perdendo il cuore e la fiducia dei popoli balcanici. Non solo politicamente, ma soprattutto sul piano valoriale: perché l’UE non è mai stata necessaria solo per i visti o per i fondi, ma per la promessa di un’Europa di diritti, uguaglianza e pace. Una promessa che, nel tempo, si è svuotata”.

E mentre l’Unione dei ReArm e SAFE si avvia verso un futuro sempre più incerto, nei Balcani cresce il timore che nessuno voglia più portare avanti la causa europeista. Le nuove generazioni, disilluse, si allontanano. I leader progressisti, una volta fedeli alla visione comunitaria, si vedono traditi e isolati.

Il rischio è duplice, chiosa Azeski: “Un ritorno agli anni ’90, con nuove tensioni regionali, o peggio, a logiche ottocentesche, dove le potenze esterne si spartivano territori e popoli come merce di scambio”.

“Europa, grazie di nulla”, si legge amaramente nelle ultime righe dell’elaborato. È un addio, o forse un ultimo grido d’aiuto da una regione che voleva essere parte del sogno europeo e si ritrova, ancora una volta, spettatrice di un’illusione.

foto Mediamodifier da Pixabay.com