Ungheria, il 12 aprile si vota. Le elezioni che cambiano gli equilibri europei
Il 12 aprile gli ungheresi andranno a votare in quelle che potrebbero essere le elezioni più decisive dalla caduta del comunismo. Ma secondo oppositori e osservatori internazionali, non sarà una competizione equa. Viktor Orbán ha avuto sedici anni per plasmare le regole del gioco a proprio vantaggio, e non li ha sprecati.
I sondaggi indipendenti danno da mesi il partito centrista Tisza, guidato dall’oppositore Péter Magyar, stabilmente in testa a Fidesz. Eppure trasformare quel vantaggio in una vittoria sembra, oggi, un’impresa tutt’altro che scontata.
Non è la prima volta che si presenta questo scenario. Anche nel 2022 l’opposizione unita guidava i sondaggi, e anche allora Fidesz vinse con una maggioranza dei due terzi in parlamento.
Collegi elettorali su misura.
Dopo la sua prima vittoria nel 2010, l’ultima elezione definita libera ed equa, Orbán ridisegnò la mappa elettorale del Paese, riducendo il parlamento e suddividendo il territorio in 106 collegi uninominali di dimensioni volutamente squilibrate: più grandi nelle aree di forza dell’opposizione, più piccoli nei bastioni di Fidesz. Il governo ungherese, negli hanno, ha però respinto le accuse di gerrymandering, attribuendo le differenze ai cambiamenti demografici.
Il monopolio dell’informazione.
Per gli elettori delle aree rurali, l’unica narrazione disponibile è quella del governo. Dal 2010 lo Stato ha smesso di acquistare spazi pubblicitari nei media critici, e i privati sono stati scoraggiati dall’investire in testate ostili a Fidesz. Una operazione, tutto sommato, comune a tanti Paesi Ue, creando una autocrazia elettorale di fatto.
A pesare sulle urne, ancora, potrebbero essere i circa 500.000 ungheresi residenti nei Paesi confinanti, Romania, Serbia, Slovacchia, ai quali Orbán ha concesso la cittadinanza e il diritto di voto nel 2014. Votano per posta, con un’affluenza intorno al 50 per cento, e fino al 95 per cento di loro sceglie Fidesz. Gli emigrati ungheresi in Occidente, tendenzialmente più giovani e più ostili al governo, devono invece recarsi fisicamente ai consolati, con un’affluenza che non supera il 25 per cento.
Il voto di scambio.
In Italia come in altri Stati membri, anche in Ungheria non mancano le accuse di compravendita di voti. Il fenomeno ha persino un nome popolare “Krumpliosztás”, distribuzione di patate, a indicare la pratica di distribuire generi alimentari nelle comunità più povere. Durante le elezioni del 2022, la Clean Vote Coalition, per esempio, aveva segnalato compensi di circa 26 euro a voto.
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