6 Giugno 2026
CulturaSardegna

Una generazione fragile, spaventata e poco pronta a contribuire: giovani italiani impreparati e smarriti davanti al futuro.

Paura del fallimento, ansia da prestazione, incapacità di gestire l’incertezza e una sorprendente fragilità emotiva: è questo il ritratto, tutt’altro che incoraggiante, che emerge dall’indagine condotta da Talents in Motion. Una fotografia impietosa che getta più di un’ombra sul futuro produttivo del Paese, dominato da una generazione di giovani apparentemente sicura di sè ma, in realtà, spaventata, disorientata e priva di reale resilienza.

I dati parlano chiaro: l’80% dei giovani tra i 20 e i 30 anni si dichiara impreparato ad affrontare fallimenti professionali, il 75% ha paura di compiere scelte sbagliate e il 78% ammette di non sapersi orientare in un mercato del lavoro incerto. In altre parole, un’intera generazione che si affaccia al mondo adulto con strumenti emotivi insufficienti, pur disponendo di una preparazione teorica elevata.

La stessa Fontana, anche autrice del libro “Dai forma al tuo talento” (FrancoAngeli, 2025), denuncia un clima generazionale in cui i giovani sono “terrorizzati dal fallimento”, vittime di un sistema scolastico che ha enfatizzato la performance accademica senza fornire le basi per affrontare il reale. Senza contare i bug di una educazione familiare piccolo borghese e democristiana nei modi e nei toni. Insomma, l’educazione verso i valori del rispetto, del sacrificio e della proattività non sarebbe più in auge tra le famiglie italiane.

Giovani, ancora, sempre più alle prese con “l’ansia da prestazione” ma pronti a pubblicare post e messaggi social sulla sostenibilità e la mindfulness. Il ridicolo e il paradosso sono, rispettivamente, l’aggettivo e il sostantivo che più si sposano in tale contesto. Perimetro dove il successo è percepito come obbligatorio dall’85% degli intervistati e dove si avverte un forte scollamento tra ambizione e realtà. Il 77% dei giovani teme di deludere se stesso, il 74% teme di deludere gli altri, e il 72% vive con ansia il confronto con coetanei più veloci nel raggiungere obiettivi. Ma pochi, pochissimi – solo il 31% – dichiarano di saper gestire le proprie emozioni in modo costruttivo.

Un dato inquietante se si pensa che questi giovani, iperconnessi e apparentemente informati, mostrano gravi lacune nella gestione dei feedback negativi (solo il 20% li affronta con lucidità) e difficoltà nel mantenere relazioni professionali sane (68%).

La generazione che invoca benessere e flessibilità, che pretende ambienti di lavoro inclusivi e stimolanti, mostra però una preoccupante mancanza di spirito di adattamento e di contributo alla costruzione collettiva. Spesso chiusa nella propria comfort zone, questa fascia di popolazione pare incapace di affrontare con coraggio e realismo le sfide del mondo del lavoro, rifugiandosi nell’ansia e nella lamentela piuttosto che cercando soluzioni. Qualcuno/a dovrà svegliarsi e tirare fuori gli attributi prima o poi…

Il rischio, secondo Fontana, è di alimentare una cultura del “tutto e subito”, dove ogni ostacolo diventa una montagna insormontabile, ogni feedback una ferita, ogni rallentamento una crisi esistenziale. “Serve allenare un cervello agile, capace di stare nel presente e affrontare la fatica della costruzione, mattone dopo mattone”, sottolinea l’autrice.

Il paradosso è evidente anche nel settore “dell’alta formazione”: ci sarebbe talento, ma manca la struttura per incanalarlo. Le Università producono laureati brillanti ma emotivamente fragili, l’accesso al lavoro diventa uno scoglio psicologico ancor prima che pratico. E il futuro, invece che terreno di possibilità, appare come una minaccia costante.

In conclusione, questa generazione sembra chiedere più orientamento, più protezione, più strumenti. Ma la vera domanda è cosa sia pronta a restituire in termini di impegno, responsabilità e contributo allo sviluppo di una società che, al contrario di loro, non può permettersi di fallire.

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