14 Agosto 2026
EuropaPolitica

Un commissario UE può negare il cambiamento climatico o dire che i vaccini causano l’autismo? Bruxelles non risponde.

Cosa succederebbe se un commissario europeo negasse pubblicamente il cambiamento climatico, sostenesse che i vaccini causano l’autismo o affermasse che il 5G provoca il cancro? Una domanda apparentemente paradossale, ma tutt’altro che faziosa in un’epoca in cui la disinformazione scientifica dilaga anche tra gli alti ranghi della politica istituzionale. L’eurodeputato ceco Tomáš Zdechovský del PPE l’ha posta per iscritto alla Commissione Europea lo scorso ottobre. La conseguente risposta, firmata da Ursula von der Leyen il 3 marzo 2026, invece, rappresenta un esercizio magistrale nell’arte di non rispondere.

La domanda.

Il quesito di Zdechovský prende le mosse dall’articolo 5 del Codice di condotta dei commissari europei, che impone loro di “tutelare la dignità della propria carica”, agire con integrità e discrezione ed evitare qualsiasi comportamento che possa “compromettere la fiducia del pubblico nell’indipendenza, nell’imparzialità o nella credibilità della Commissione”.

Da qui la domanda: in un contesto di disinformazione crescente, sarebbe compatibile con questo articolo che un commissario in carica contraddica pubblicamente il consenso scientifico consolidato per promuovere una posizione personale o politica? E più nello specifico: negare il riscaldamento globale, sostenere il falso legame vaccini-autismo o diffondere teorie sul 5G costituirebbe una violazione del Codice?

Domande legittime, concrete, misurabili. Domande che meriterebbero una risposta altrettanto concreta.

La non-risposta di Ursula.

Von der Leyen, rispondendo a nome della Commissione, ha scelto oggi (come sempre d’altronde) la strada della prudenza istituzionale che, in questo caso, confina con l’elusione. Dopo aver ribadito l’impegno dell’Esecutivo europeo alle politiche “basate sull’evidenza”, la presidente ricorda che i commissari devono rispettare il dovere di lealtà verso la Commissione e che, pur godendo della libertà di espressione, “sono tenuti a osservare la moderazione che la loro carica richiede” e “non devono fare commenti che mettano in discussione decisioni della Commissione o che possano danneggiarne la reputazione”.

Fin qui, tutto condivisibile. Ma alla domanda centrale, e cioè se negare il consenso scientifico costituisca una violazione del Codice, la risposta è disarmante nella sua franchezza burocratica: “È politica della Commissione non commentare situazioni ipotetiche. La Commissione non dispone di dettagli sufficienti per fornire una risposta pertinente nel merito”.

In altre parole: non si sa, non si dice e comunque non è un caso reale.

Perché la domanda non è ipotetica.

Il problema è che la domanda di Zdechovský non è affatto ipotetica nel contesto politico attuale. Negli ultimi anni diversi governi europei hanno espresso scetticismo sui vaccini, minimizzato la crisi climatica o cavalcato teorie pseudoscientifiche sul 5G. L’ascesa di movimenti populisti ha portato nei parlamenti nazionali, e talvolta nelle stanze del potere europeo, figure che non considerano il consenso scientifico un vincolo particolarmente stringente.

Chiedersi se un commissario europeo possa impunemente diffondere disinformazione scientifica non è un esercizio filosofico: è una domanda sulla tenuta delle garanzie etiche dell’istituzione più importante dell’Unione.

La risposta di von der Leyen ci dice che quelle garanzie esistono sulla carta, ma che la Commissione non ha, o non vuole avere, un meccanismo chiaro per applicarle in modo preventivo e trasparente. Il Codice di condotta resta, insomma, una dichiarazione di principi senza sostanzialità.

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