13 Luglio 2026
Sardegna

Un chatbot al posto dello psicologo. Il fallimento collettivo di una generazione

Facciamola finita con l’ipocrisia. Quando leggiamo che il 51% dei ragazzi europei tra gli 11 e i 25 anni preferisce parlare della propria salute mentale con un chatbot piuttosto che con un professionista, la reazione istintiva è inorridire davanti agli schermi, ai like, alla generazione perduta nei pixel. È comodo. È sbagliato. E soprattutto, è una bugia che gli adulti si raccontano per non guardarsi allo specchio.

Quei ragazzi non hanno scelto una macchina perché le macchine sono meglio. L’hanno scelta perché noi non eravamo disponibili. In nessun senso della parola.

Il sistema sanitario: assente ingiustificato.

Partiamo dai numeri, che sono spietati. Solo il 37% dei giovani intervistati si è rivolto a uno psicologo. Non è un dato sulla diffidenza verso la psicoterapia. È un dato sulla sua inaccessibilità strutturale.

In Italia uno psicologo nel pubblico si aspetta mesi. Nel privato costa tra i 60 e i 120 euro a seduta, cifre fuori dalla portata di qualunque adolescente e di buona parte delle famiglie. Il bonus psicologo, annunciato come svolta epocale, ha coperto una frazione irrisoria della domanda reale. Nel resto d’Europa la situazione non è molto diversa.

Risultato: un ragazzo di 14 anni in crisi alle tre di notte non ha nessuno a cui rivolgersi. Nessun numero, nessun servizio, nessuna porta aperta. Ha un telefono e un chatbot che risponde sempre, non giudica, non fa aspettare. Chi può davvero biasimarli?

Le famiglie: la grande rimozione.

Il 60% dei giovani intervistati trova più semplice parlare con un’IA perché, attenzione, è priva di giudizi.

Un ragazzo preferisce aprirsi con un algoritmo perché sa che in casa, a scuola, con gli adulti di riferimento, verrà giudicato. Verrà interrotto. Verrà ridimensionato con un “ai miei tempi era peggio” o silenziato con un “non esagerare”. La famiglia, oggi, ha prodotto figli che preferiscono la solitudine digitale alla conversazione reale.

Non è colpa dei genitori nel senso più semplice del termine. È il risultato di decenni in cui parlare di salute mentale è rimasto un tabù da gestire in privato, con vergogna, o da ignorare del tutto sperando che passasse da sola.

Big Tech: i veri predatori delle emozioni.

E poi ci sono loro. Le aziende che hanno costruito questi strumenti sapendo esattamente cosa stavano facendo.

Il 60% dei giovani considera i chatbot dei «consiglieri di vita». Il 40% ammette di sviluppare legami emotivi con gli assistenti digitali. Questi non sono effetti collaterali imprevisti. Sono funzionalità. Sono il prodotto di team di ingegneri e psicologi comportamentali pagati per rendere queste piattaforme il più coinvolgenti, il più rassicuranti, il più indispensabili possibile.

Franke Föyen, tra gli autori dello studio, avverte che persino professionisti esperti potrebbero fare fatica a distinguere i consigli generati dall’IA da quelli di un essere umano qualificato. Big Tech lo sa. E continua. Perché un adolescente emotivamente dipendente da un chatbot è un utente fidelizzato, una fonte di dati, un mercato.

Chiamarla innovazione è un eufemismo. È pesca con la dinamite in un lago di persone vulnerabili.

Le istituzioni: il teatro della “reazione” e autocelebrazione.

Le authority si svegliano, commissionano studi, pubblicano rapporti. La Cnil francese finanzia indagini Ipsos. I parlamenti convocano audizioni. I ministri rilasciano dichiarazioni preoccupate.

E poi? Niente. O quasi. Nessuna regolamentazione seria sull’uso dell’IA con i minori. Nessun investimento strutturale nella salute mentale giovanile. Nessuna riforma del sistema scolastico che preveda figure di supporto psicologico reali e continuative.

Le istituzioni europee hanno impiegato anni per regolamentare la curvatura delle banane. Stanno ancora discutendo se e come proteggere un undicenne che alle due di notte racconta i suoi traumi a un modello linguistico addestrato su miliardi di testi.

Venti anni di tagli alla ssalute mentale.

Uno su due. Un giovane europeo su due cerca conforto in una macchina. Non perché la generazione sia persa. Ma perché il mondo che gli adulti hanno costruito intorno a loro non ha lasciato molte altre uscite.

La dipendenza emotiva dall’IA non è il problema. È il sintomo. Il problema sono vent’anni di tagli alla sanità mentale, famiglie che non sanno ascoltare, piattaforme progettate per agganciare e istituzioni che reagiscono sempre un decennio in ritardo.

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