Ue. Inflazione sotto controllo, ma restano i rischi globali.
Un’inflazione tornata vicino al 2%, una crescita moderata ma stabile e una Banca centrale europea entrata in una fase di pausa dopo un ciclo di tagli dei tassi. È questo il quadro che emerge dallo studio “Macroeconomic Uncertainty, the ECB Monetary Policy Stance and their Communication”, elaborato per la commissione Affari economici e monetari del Parlamento europeo in vista del dialogo monetario con la presidente della BCE del 26 febbraio 2026.
Il rapporto analizza tre dimensioni centrali: il contesto macroeconomico dell’area euro, la dispersione dell’inflazione tra Stati membri e la qualità della comunicazione della BCE in una fase in cui le decisioni si basano sempre più su valutazioni discrezionali.
Nel complesso, il rapporto consegna al Parlamento europeo un quadro articolato: l’area euro ha superato senza scosse una fase di forte incertezza globale, ma le pressioni esterne, la frammentazione interna e le sfide comunicative della BCE restano fattori cruciali per la stabilità futura dell’economia europea.
Dopo la stretta monetaria seguita all’impennata inflazionistica post-pandemia, la BCE ha avviato tra metà 2024 e metà 2025 una sequenza di tagli dei tassi, per poi mantenere invariati i livelli di riferimento. Nella riunione del 5 febbraio 2026 il tasso sui depositi è rimasto al 2%, con una strategia definita “data-dependent” e senza impegni su un percorso prestabilito dei tassi. Parallelamente prosegue la riduzione del bilancio tramite il mancato reinvestimento dei titoli in scadenza nell’ambito dei programmi di acquisto.
Sul fronte macroeconomico, si legge nel rapporto, il 2025 si è chiuso con una crescita dell’1,5% e un’inflazione media al 2,1%, in linea con l’obiettivo. La disinflazione è stata favorita dal calo delle componenti energetiche e dal rallentamento dei prezzi dei servizi, mentre le dinamiche salariali restano un elemento chiave per l’evoluzione futura.
Uno dei punti centrali dello studio riguarda i rischi esterni. All’inizio del 2025 si temeva un doppio shock: da un lato un calo delle esportazioni verso gli Stati Uniti per effetto dei nuovi dazi, dall’altro una pressione deflazionistica derivante dal reindirizzamento delle esportazioni cinesi verso l’Europa. Il primo rischio non si è materializzato in modo significativo: la domanda statunitense ha retto e le esportazioni dell’area euro sono rimaste sostanzialmente stabili. Il secondo canale, invece, è risultato più evidente: le importazioni dalla Cina sono aumentate e i prezzi unitari sono diminuiti, anche grazie all’apprezzamento dell’euro sul renminbi.
Secondo le stime riportate nello studio, un calo dell’1% nei prezzi delle importazioni manifatturiere cinesi può ridurre nel giro di due anni i prezzi dei beni industriali non energetici dell’area euro di circa lo 0,1%, con effetti tangibili sull’inflazione complessiva. In prospettiva, il 2026 vedrà l’interazione tra tre forze: salari domestici, pressione disinflazionistica cinese e possibili spillover inflazionistici dagli Stati Uniti, dove tariffe, tensioni sul mercato del lavoro e politica fiscale potrebbero riaccendere le pressioni sui prezzi.
Un secondo filone di analisi riguarda la dispersione dell’inflazione tra Paesi dell’area euro. Nonostante l’inflazione aggregata sia prossima al target, persistono differenze significative: nel 2025 la Germania si colloca intorno al 2,3%, l’Italia all’1,6%, la Francia allo 0,9%, mentre la Spagna supera il 2,7%. Lo studio mostra che tali divergenze non sono solo episodiche ma legate a fattori strutturali, come l’intensità energetica, la composizione dei consumi e i meccanismi di formazione dei salari.
Particolarmente rilevante è l’evidenza secondo cui anche shock comuni, come un aumento del prezzo del petrolio, generano risposte inflazionistiche molto diverse tra Paesi. Dopo il 2020 la dispersione delle risposte nazionali agli shock energetici risulta più che triplicata rispetto al periodo precedente. Ciò solleva interrogativi sull’efficacia di una politica monetaria “one size fits all” in presenza di trasmissioni asimmetriche.
Lo studio evidenzia inoltre un possibile squilibrio nell’attenzione geografica: le grandi economie ricevono maggiore spazio nelle comunicazioni ufficiali, mentre i Paesi più piccoli, pur mostrando maggiore volatilità inflazionistica, sono meno citati. Un elemento che, secondo gli autori, potrebbe incidere sulla percezione della coesione dell’unione monetaria.
