UE divisa sulle sanzioni: il veto ungherese mette in crisi il mito dell’unità europea.
L’ennesimo scontro tra Stati membri dimostra, ancora una volta, che nell’Unione europea l’unità proclamata nei vertici ufficiali si infrange contro gli interessi nazionali. Altro che coesione: quando le decisioni toccano sovranità, energia e sicurezza, ogni Paese tira dalla propria parte in Europa.
Il ministro degli Esteri lituano Kestutis Budrys ha dichiarato apertamente che l’UE non può diventare “ostaggio” dell’Ungheria, accusando Budapest di bloccare il nuovo pacchetto di sanzioni contro la Russia. Secondo Vilnius, non si può permettere che un singolo Stato paralizzi decisioni collettive su temi di sicurezza comune.
Dall’altra parte, il primo ministro ungherese Viktor Orbàn ha minacciato il veto, sostenendo che le sanzioni danneggerebbero la sicurezza energetica nazionale. Budapest ha collegato il proprio assenso alla riapertura dell’oleodotto Druzhba, danneggiato nei mesi scorsi dagli ucraini, ribadendo di voler tutelare prima di tutto gli interessi economici interni.
La frattura non riguarda solo la Lituania. Anche la Polonia è intervenuta con toni durissimi. Il ministro degli Esteri Radoslaw Sikorski ha accusato l’Ungheria di minare la solidarietà europea e di bloccare miliardi di euro destinati al sostegno militare all’Ucraina. Varsavia sostiene che questi continui veti indeboliscano l’intera strategia europea verso Mosca e compromettano la credibilità dell’Unione.
Ma il punto politico è più ampio: il meccanismo decisionale dell’UE, fondato in molti ambiti sull’unanimità, rende strutturalmente fragile qualsiasi pretesa di “unità”. Ogni Stato mantiene il diritto di difendere la propria linea, anche a costo di rallentare o impedire decisioni condivise.
L’Ungheria rivendica il diritto di proteggere la propria economia e i propri cittadini; altri Stati invocano la solidarietà e l’interesse comune. Il risultato è uno stallo ricorrente che mette in luce una contraddizione di fondo: l’UE ambisce a parlare con una sola voce, ma resta un’unione di governi con priorità divergenti.
