13 Luglio 2026
Europa

Ucraina, l’Europa le “pensa tutte” per aggirare il veto di Orbán

L’Europa ha un piano B per tenere a galla l’Ucraina. E se Viktor Orbán dovesse continuare a fare il guastafeste, Bruxelles è pronta a usarlo. Nell’attesa del risultato delle prossime elezioni in Ungheria, in programma il 12 aprile 2026, la Commissione von der Leyen sta provando a mettere a punto un meccanismo alternativo (cosa non si fa per mantenere alta l’escalation) per garantire a Kiev i fondi necessari almeno per la prima metà del 2026, aggirando il blocco ungherese e slovacco sul prestito da 90 miliardi di euro promesso dall’Unione europea o, meglio, da Ursula.

Il nodo dei 90 miliardi.

La vicenda ha radici nel dicembre scorso, quando tutti i leader europei, Orbán compreso, avevano accettato di procedere con un maxi-prestito collettivo che avrebbe dovuto coprire due terzi del fabbisogno finanziario dell’Ucraina fino alla fine del 2027. Un impegno solenne, presto tradito.

Il pretesto è arrivato a fine gennaio, quando un attacco di droni russi ha danneggiato il gasdotto Druzhba, che trasporta petrolio russo attraverso il territorio ucraino verso Ungheria e Slovacchia, i due Paesi esenti dalle sanzioni europee sul petrolio di Mosca. Orbán, come noto, ha accusato Kiev di sabotare deliberatamente i lavori di riparazione per motivi politici, rinnegando la promessa fatta al vertice di dicembre e bloccando contestualmente il ventesimo pacchetto di sanzioni dell’UE contro la Russia, che richiede l’unanimità dei 27.

Il problema tecnico è che anche il prestito da 90 miliardi richiede l’approvazione unanime degli Stati membri per uno dei provvedimenti collegati necessari all’erogazione dei fondi. Basta un veto per paralizzare tutto.

Il piano B: 30 miliardi senza passare da Bruxelles.

Ed è qui che entra in gioco il piano alternativo. I Paesi baltici e nordici dell’Ue starebbero valutando di erogare prestiti bilaterali a Kiev per un totale di circa 30 miliardi di euro. Trattandosi di accordi diretti tra Stati, questi finanziamenti non richiederebbero alcuna approvazione a livello europeo, aggirando di fatto il diritto di veto di Budapest e Bratislava.

A questo si aggiunge il contributo olandese: il ministro delle Finanze Eelco Heinen ha informato martedì i suoi colleghi europei che il governo dei Paesi Bassi ha già stanziato 3,5 miliardi di euro all’anno di sostegno bilaterale a Kiev fino al 2029.

Insomma, i miliardi per le armi si trovano sempre in Ue. Per il resto…

Kiev regge fino a maggio, poi il bivio.

La buona notizia, per ora, è che l’Ucraina, anche grazie alla crisi in Medio Oriente, ha guadagnato tempo. Il Fondo monetario internazionale ha approvato a fine febbraio un prestito da 8,1 miliardi di dollari, erogandone immediatamente 1,5 miliardi. Secondo quattro fonti a conoscenza delle finanze ucraine, Kiev dovrebbe rimanere solvibile fino ai primi di maggio.

Un margine prezioso, che sposta il problema in avanti ma non lo risolve. Senza il prestito europeo o i finanziamenti alternativi, l’Ucraina si troverebbe in seria difficoltà proprio mentre sono in corso i colloqui di pace guidati dagli Stati Uniti.

Tutto dipende dal 12 aprile: le elezioni ungheresi.

A decidere tutto sarà, con molta probabilità, il voto di Budapest: il 12 aprile, infatti, si vota in Ungheria, e Orbán sta conducendo una campagna elettorale apertamente anti-Ucraina. Il suo partito Fidesz è attualmente in svantaggio nei sondaggi rispetto all’opposizione guidata da Péter Magyar, e il calcolo sia a Kiev che a Bruxelles è semplice: se Orbán perde, il suo successore potrebbe essere più disponibile ad approvare il prestito, soprattutto in cambio di qualche incentivo concreto. Un aggiustamento in politica si trova sempre…

foto thewhitehouse.gov