Trump sconfigge il terrorismo… a giorni alterni
Ieri sera Donald Trump ha annunciato, con la consueta modestia, che forze americane e nigeriane hanno eliminato Abu-Bilal al-Minuki, numero due dell’ISIS a livello globale. “Pensava di potersi nascondere in Africa,” ha scritto su Truth Social, “ma i nostri servizi di intelligence ne hanno seguito ogni movimento.” Con la sua rimozione, ha concluso il presidente, “l’operazione globale dell’ISIS è grandemente diminuita”.
La notizia in sé non fa una piega: eliminare un dirigente attivo di una organizzazione terroristica è, per definizione, una buona notizia. Il problema sorge quando si legge la dichiarazione di Trump accanto alle foto di qualche mese prima (correva il mese di novembre), quelle in cui lo stesso presidente stringeva la mano ad Ahmad al-Sharaa, attuale capo di stato della Siria, già fondatore di Hayat Tahrir al-Sham, già Jabhat al-Nusra, già affiliata ad al-Qaeda. Organizzazione che, giusto per completezza, era ancora classificata come terroristica dal Dipartimento di Stato americano (lo stesso che aveva messo una taglia di 10 milioni di dollari sulla testa di al-Sharaa).
Mentre con il numero 2 dell’Isis si difende la narrazione della lotta occidentale contro il terrorismo, le sanzioni per il leader siriano sono state revocate e il vocabolario ufficiale ha subito un aggiornamento rapido: “terrorista” è diventato “leader pragmatico”, “jihadista” si è trasformato in “interlocutore regionale affidabile”, e il curriculum degli anni trascorsi in organizzazioni legate ad al-Qaeda è stato archiviato alla voce “trascorsi giovanili.”
Il criterio di classificazione, a guardarci bene, è più semplice di quanto sembri: sei un terrorista pericoloso se operi in una regione dove gli Stati Uniti non hanno interessi immediati da coltivare; sei un partner affidabile se hai appena conquistato la capitale di un Paese utile e ti presenti ai tavoli negoziali con una cravatta. La cravatta, in particolare, sembra fare molto.
Non si tratta, beninteso, di sostenere che l’operazione in Nigeria fosse sbagliata. Si tratta di notare che celebrarla come prova della guerra totale e definitiva al terrorismo islamico globale, mentre si riabilita diplomaticamente un uomo con quel tipo di biografia, richiede una disinvoltura narrativa ricorrente anche nella crisi del Golfo.
foto Joyce N. Boghosian, White House
