14 Settembre 2026
Europa

Trump frena i Curdi: “Non voglio che entrino in guerra contro l’Iran”.

I Curdi non entreranno, per ora dall’Iran. A deciderlo è Donald Trump, intervenuto oggi per mettere un freno alle ambizioni belliche dei gruppi armati curdi in Iraq, escludendo esplicitamente un loro coinvolgimento nel conflitto contro l’Iran.

Parlando con i giornalisti a bordo dell’Air Force One diretto a Miami, Trump ha confermato che Washington ha buoni rapporti con i Curdi, ma ha chiarito di averli esplicitamente esortati a restare fuori dal conflitto. “Non vogliamo rendere la guerra più complessa di quanto già non sia”, ha detto il presidente. “Non voglio che i Curdi entrino in combattimento”.

Dietro la cautela, una strategia.

La mossa di Trump non è puramente umanitaria (ci mancherebbe altro!). Nei giorni scorsi, media americani e israeliani avevano riportato che l’amministrazione stava attivamente coinvolgendo gruppi armati curdi in Iraq e fornendo loro supporto in funzione anti-iraniana. Un’apertura che, se confermata operativamente, avrebbe trascinato nel conflitto un nuovo attore, complicando ulteriormente gli equilibri regionali e rischiando di irritare la Turchia, alleato NATO da sempre in conflitto aperto con le milizie curde (nel Nord della Siria, regime sovvenzionato anche dall’Ue, si è infatti consumata, lo scorso mese di gennaio, la mattanza dei curdi).

Frenare i curdi oggi significa dunque anche gestire le tensioni con Ankara, mentre Washington cerca di non perdere il controllo di un conflitto che si sta allargando a velocità preoccupante.

Ma è su altri fronti che le parole di Trump suonano come un vero e proprio cambio di paradigma nella politica americana verso il Medio Oriente. Alla domanda se i confini dell’Iran rimarranno invariati dopo la guerra, il presidente ha risposto con una semplicità disarmante: “Probabilmente no”.

Una frase che vale più di mille comunicati diplomatici. Trump ha lasciato intendere che il conflitto potrebbe ridisegnare la geografia politica della regione: un’ipotesi che fino a pochi mesi fa sarebbe sembrata fantapolitica e che ora viene pronunciata dall’uomo più potente del mondo a bordo dell’aereo presidenziale americano.

Coerente con questa visione, il presidente ha anche dichiarato che Washington vuole “scegliere un presidente che non li porti in guerra”, riferendosi alla futura leadership iraniana. Un’affermazione che suona come la conferma di ciò che Pechino sospettava e aveva denunciato poche ore prima: gli Stati Uniti puntano apertamente a un cambio di regime a Teheran.

Trump ha poi rivendicato i risultati militari dell’offensiva congiunta con Israele, avviata il 28 febbraio scorso. “Abbiamo eliminato la leadership di primo livello e quella di secondo livello”, ha dichiarato, aggiungendo che l’Iran è ora guidato da funzionari di “terzo o quarto livello”. Un riferimento implicito all’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei e di diversi vertici della sicurezza iraniana.

Sulla possibilità di inviare truppe di terra per mettere in sicurezza i siti di arricchimento nucleare iraniani, Trump non ha chiuso la porta: “A un certo punto, forse lo faremo. Sarebbe una grande cosa, ma per ora li stiamo semplicemente decimando”.

Quanto alla durata del conflitto, il presidente ha usato la formula che ormai è diventata il suo marchio di fabbrica nei momenti di massima determinazione: la guerra andrà avanti “per tutto il tempo necessario”. Le forze armate iraniane, ha aggiunto, sono ormai “quasi inesistenti”.

Su un fronte, Trump ha scelto di essere più cauto. Alla domanda sul ruolo della Russia nel conflitto, ha risposto di non avere “nessuna indicazione” che Mosca stia supportando l’Iran. Una dichiarazione che stride con le preoccupazioni di diversi analisti e alleati occidentali, e che potrebbe riflettere la volontà di non chiudere i canali diplomatici con Putin in un momento già abbastanza caotico.

foto thewhitehouse.gov