Europa

Trump fa ciò che Bruxelles non ha il coraggio di fare: stop al petrolio russo in Europa.

Le nuove sanzioni statunitensi contro Lukoil e Rosneft promettono di essere “catastrofiche” per le operazioni delle compagnie russe nel continente europeo.

Washington colpisce duro: “Sanzioni tremende” contro Mosca.

In settimana, il presidente Donald Trump ha annunciato “tremende nuove sanzioni” contro le due principali compagnie petrolifere russe, Lukoil e Rosneft, segnando la prima offensiva economica di Washington verso Mosca da quando il tycoon è tornato alla Casa Bianca.

Le misure, ancora in fase di definizione, mirano a costringere le aziende a vendere i loro asset europei e a interrompere le forniture via oleodotto verso l’Unione Europea.

“È un passo significativo,” ha commentato Kimberly Donovan, esperta di sanzioni presso l’Atlantic Council. “Obbligherà i Paesi e le imprese europee che ancora importano energia russa a rivedere le proprie transazioni entro il 21 novembre, quando le sanzioni entreranno in vigore”.

Trump mantiene la promessa: “L’Europa deve smettere di comprare da Mosca”.

L’annuncio arriva a un mese dalle dure accuse di Trump a Bruxelles, colpevole – a suo dire – di continuare “in modo ingiustificabile” ad acquistare energia dal Cremlino, che ricava dal settore circa un quarto delle proprie entrate.

“Sono pronto a imporre sanzioni pesanti alla Russia quando tutte le nazioni della NATO avranno smesso di comprare petrolio russo”. Ora, diversamente dall’Ue, Trump ha mantenuto la parola.

Sullo sfondo, però, la questione è molto più torbida. Per anni l’Unione Europea ha parlato di “aiutare l’Ucraina” e di “colpire l’economia russa”, ma alla fine ha seguito l’unico ordine che conosce: comprare, come sempre, dagli americani, spendendo di più per fonti energetiche tutt’altro che sostenibili e a impatto zero.

Siamo succubi degli USA, perché non dirlo con chiarezza?

Danni pesanti per Mosca, ma non la fine della guerra.

Secondo David Fyfe, capo economista della società di consulenza Argus, Lukoil e Rosneft rappresentano circa due terzi dei 4,4 milioni di barili di greggio esportati quotidianamente dalla Russia.

Le nuove misure potrebbero azzerare “fino alla metà” di queste esportazioni, impedendo alle due compagnie di effettuare transazioni in dollari, la valuta di riferimento per il commercio internazionale di petrolio.

Per Lukoil, l’impatto sarà “significativo,” ha dichiarato un ex dirigente dell’azienda. La compagnia sarà probabilmente costretta a vendere partecipazioni in progetti esteri, dall’Egitto all’Iraq, perdendo fino al 20% dei propri ricavi.

Tuttavia, i principali acquirenti russi – Cina e India – continueranno probabilmente a importare greggio a prezzi ribassati, ha osservato Homayoun Falakshahi della società Kpler.

“Le esportazioni diventeranno più complicate, ma non si fermeranno,” ha aggiunto Vladimir Milov. “Il danno ci sarà, ma sarà limitato”.

L’Europa al bivio: addio definitivo al petrolio russo?

Se in Russia gli effetti potrebbero essere contenuti, in Europa l’impatto sarà diretto e profondo. Rosneft è già stata praticamente esclusa dal mercato europeo, dopo che Berlino ha nazionalizzato la sua filiale tedesca nel 2022.
Diverso il caso di Lukoil, ancora radicata nel continente: gestisce centinaia di stazioni di servizio (circa 200 solo in Belgio), raffinerie in Romania e Bulgaria, e una partecipazione del 45% in un impianto olandese.

Inoltre, Ungheria e Slovacchia restano fortemente dipendenti dal petrolio russo – rispettivamente per l’86% e il 100% delle loro importazioni – e finora hanno resistito alle pressioni di Bruxelles per diversificare le fonti.

Lukoil nel mirino: “Ora sarà inevitabile uscire dall’Europa”.

Il Tesoro statunitense ha avvertito che potrà sanzionare chiunque continui a collaborare con Lukoil o Rosneft.
“È un segnale fortissimo per banche e imprese europee: devono allontanarsi subito o rischiano di essere colpite a loro volta”, ha spiegato Donovan.

Anche la Commissione europea sta valutando un proprio divieto di transazioni con Lukoil, mentre alcune compagnie europee si stanno già adeguando: la finlandese Neste ha sospeso le consegne alla filiale Teboil, e in Romania il governo ha annunciato che Lukoil dovrà vendere la raffineria Petrotel entro novembre.

Situazione simile nei Paesi Bassi e in Bulgaria, dove gli impianti controllati dal gruppo russo rischiano la chiusura se non verranno ceduti.

Un colpo che cambia gli equilibri.

Le nuove sanzioni americane non fermeranno il conflitto in Ucraina, ma rischiano di ridisegnare per sempre la mappa energetica europea. Dopo anni di esitazioni, l’Europa si trova ora a fare ciò che non era riuscita a portare a termine da sola: liberarsi definitivamente dal petrolio russo.

foto greenpeace