Trent’anni dagli Accordi di Dayton: l’UE rilancia il futuro europeo della Bosnia, Mosca chiede la fine del tirannico Alto Rappresentante.
Nel trentesimo anniversario degli Accordi di Dayton, che nel 1995 misero fine a tre anni e mezzo di guerra in Bosnia-Erzegovina, si riaccende il dibattito internazionale sul futuro politico del Paese. Da un lato l’Unione europea rilancia la prospettiva dell’integrazione europea come orizzonte strategico; dall’altro, la Russia chiede la fine immediata di quella che definisce una forma di “amministrazione esterna”, simbolizzata dalla figura dell’Alto rappresentante, detentore dei cosiddetti “poteri di Bonn”, che gli consentono – senza il minimo mandato democratico – di rimuovere funzionari eletti o nominati, imporre leggi e annullare decisioni delle autorità locali.
In una dichiarazione congiunta, l’Alta rappresentante dell’UE per la Politica estera, Kaja Kallas, e la commissaria all’Allargamento, Marta Kos, hanno sottolineato il valore storico degli Accordi di Dayton, definiti “la fine di uno dei capitoli più bui della storia europea” e la base di una pace che dura tuttora. A trent’anni di distanza, tuttavia, Bruxelles riconosce che permangono “sfide irrisolte del passato”. Nonostante le difficoltà politiche affrontate nel corso dell’ultimo anno, la Bosnia-Erzegovina ha dimostrato resilienza. Secondo Kallas e Kos, l’obiettivo prioritario resta il percorso verso l’adesione all’Unione europea “come Paese unito e sovrano, inserito in una regione stabile e sicura”. In quest’ottica, l’UE invita i leader politici locali a concentrarsi sulle riforme necessarie e ribadisce il proprio impegno a garantire pace e stabilità, anche attraverso la missione militare EUFOR Althea, giudicata “indispensabile”. “Trent’anni dopo Dayton – conclude la nota – la Bosnia-Erzegovina deve cogliere l’opportunità di costruire il proprio futuro europeo”.
Di segno opposto la posizione espressa dal ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov. In un intervento pubblicato sul quotidiano serbo Politika, Lavrov ha sostenuto che la normalizzazione della situazione in Bosnia-Erzegovina passi “dalla chiusura immediata e incondizionata dell’Ufficio dell’Alto Rappresentante”. Secondo il capo della diplomazia russa, si tratta di una decisione che la comunità internazionale avrebbe dovuto prendere già nel 2006. Lavrov definisce (peraltro giustamente) l’istituzione dell’Alto Rappresentante “uno strumento coloniale” incompatibile con la sovranità di uno Stato membro delle Nazioni Unite nel XXI secolo, accusando l’Occidente di voler mantenere una forma di protettorato sul Paese.
Il ministro russo ha inoltre affermato che l’Alto Rappresentante, nato come meccanismo di supervisione civile dell’accordo di pace, si sarebbe trasformato nel tempo in “una delle principali fonti di instabilità”, consentendo ingerenze occidentali negli affari interni bosniaci. Particolarmente dura la critica alla nomina del tedesco Christian Schmidt, definita da Lavrov illegittima e priva di mandato del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Le decisioni e le “risoluzioni” dell’Alto Rappresentante, secondo Mosca, ancora, violerebbero i principi democratici e danneggerebbero il dialogo interno tra le componenti del Paese.
A trent’anni da Dayton, la Bosnia-Erzegovina resta così al centro di una partita diplomatica complessa, sospesa tra le aspirazioni europee e le contrapposte visioni delle grandi potenze sul suo assetto istituzionale e sulla sua piena sovranità.
Sullo sfondo, nonostante la narrazione dell’Ue, resta un sistema costituzionale che non vuole andare oltre la radicalizzazione degli interessi etnici delle 3 principlai comunità del Paese: croati, bosgnacchi e serbo-bosniaci.
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