13 Aprile 2026
Sardegna

Trasporto marittimo, Confindustria Sardegna lancia l’allarme: “Rischio crisi irreversibile per l’industria isolana”

La Sardegna paga un prezzo che le altre regioni italiane ed europee non conoscono. E quel prezzo, con l’entrata a pieno regime del sistema europeo di scambio delle quote di emissione applicato al trasporto marittimo, il cosiddetto ETS, sta diventando insostenibile per il sistema produttivo isolano.

Confindustria Sardegna lancia un allarme formale, trasmesso alla Presidenza della Regione e agli assessorati competenti, e chiede l’istituzione urgente di un fondo straordinario di compensazione da inserire nella prossima manovra di integrazione al bilancio regionale.

I dati elaborati dal Centro Studi di Confindustria Sardegna sono inequivocabili. Prendendo come riferimento i dati di traffico 2022-2024 della relazione del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e applicando le surcharge in vigore nel 2025, le sole rotte Olbia-Livorno e Porto Torres-Genova hanno già generato un aggravio di costi annuo superiore a 50 milioni di euro.

Ma il dato è destinato a peggiorare. Da gennaio 2026, l’ETS si applica al 100% delle emissioni prodotte dalle navi, contro il regime parziale precedente. Il costo sulle stesse due rotte salirà a oltre 70 milioni di euro l’anno. E poiché queste tratte rappresentano poco più della metà del traffico marittimo totale che collega la Sardegna con il resto del paese, il conto complessivo a carico delle imprese sarde potrebbe superare i 150 milioni di euro annui.

Nel frattempo, rispetto ai livelli pre-ETS, i costi di trasporto si sono già consolidati oltre il 40% in più.

Una disparità strutturale, non congiunturale.

“Per un’isola il trasporto via mare non è una scelta, ma una necessità”, afferma Andrea Porcu, direttore del Centro Studi di Confindustria Sardegna. “Non chiediamo privilegi, ma correttivi urgenti per bilanciare una normativa europea che, in assenza di misure compensative, rischia di travolgere la nostra economia”.

Il punto è esattamente questo: l’ETS marittimo è una norma pensata su scala continentale, che non distingue tra chi il mare può scegliere di non attraversarlo e chi, invece, non ha alternative. La Sardegna appartiene alla seconda categoria, insieme a Sicilia, Corsica e alle altre isole europee, e sconta uno svantaggio strutturale che la normativa comunitaria non compensa in alcun modo.

A rendere il quadro ancora più critico, sottolinea Porcu, è il contesto internazionale: “Le imprese sarde stanno subendo un doppio colpo, l’instabilità geopolitica e il rialzo dei costi energetici legato alla crisi in Medio Oriente, e l’incidenza dell’ETS marittimo che amplifica le condizioni di disparità rispetto alle altre regioni italiane ed europee”.

La proposta: un fondo da 80 milioni l’anno.

La richiesta a Cagliari è concreta e corredata da una proposta normativa dettagliata. Confindustria Sardegna chiede l’istituzione di un fondo regionale di compensazione con le seguenti caratteristiche: copertura fino al 75% dell’extracosto documentato sostenuto dalle imprese, durata iniziale di tre anni e una dotazione annua non inferiore a 80 milioni di euro per il triennio 2026-2028.

I settori più esposti sono il manifatturiero, l’agroalimentare e la logistica, comparti che per loro natura dipendono dal trasporto di merci via mare e che oggi si trovano a competere in condizioni di oggettiva disparità rispetto ai concorrenti continentali.

Il rischio: perdita di attrattività e crisi di sistema.

L’allarme di Confindustria Sardegna non è solo contabile. Dietro i numeri c’è una preoccupazione più profonda: se i costi di trasporto continuano a crescere senza correttivi, la perdita di competitività del sistema industriale sardo rischia di diventare irreversibile. Non solo le imprese esistenti andrebbero in crisi, la Sardegna cesserebbe di essere attrattiva per qualsiasi nuovo investimento produttivo.

Un’isola che non riesce a portare le sue merci sul mercato a prezzi competitivi non è semplicemente svantaggiata. È tagliata fuori. E questa, più che una questione industriale, è una questione di equità territoriale che l’Europa e la Regione non può continuare a ignorare.