Trasparenza a parole, silenzio nei fatti: la Commissione europea e il “grande rimosso” delle sue rappresentanze.
La Commissione europea, com’è noto, ama presentarsi come la custode dei Trattati, la garante della trasparenza e della buona amministrazione. Lo fa con enfasi, campagne di comunicazione e documenti programmatici infarciti di parole-chiave rassicuranti: accountability, monitoring, rule of law. Peccato che, quando questi principi dovrebbero tradursi in pratica, il palcoscenico resti vuoto.
Il caso della call COMM/IT/GRANTS/2025, promossa dalla Rappresentanza della Commissione in Italia, è solo l’ultimo esempio di una disfunzione più ampia e strutturale: l’assenza di trasparenza, efficenza del processo amministrativo (si stanno erogando miliardi di euro in fondi Ue) e responsabilità. Una zona grigia che da troppo tempo sfugge a verifiche serie e indipendenti.
La vicenda è finita sotto i riflettori del Parlamento europeo grazie all’intervento di diversi eurodeputati, sollecitati dalle segnalazioni puntuali di Sardegnagol. Segnalazioni che non chiedevano favori né scorciatoie, ma una cosa banalmente democratica: trasparenza sulle procedure, sui criteri di valutazione e sugli esiti della selezione.
Eppure, da novembre a oggi, dalla Commissione europea non è arrivato nulla. Nessuna risposta ufficiale all’interrogazione parlamentare, nessun chiarimento pubblico, nessuna assunzione di responsabilità. Un silenzio che pesa, soprattutto se si considera che le regole interne prevedono un termine ordinario di sei settimane per rispondere alle interrogazioni scritte non di “primaria importanza”. Sei settimane diventate tre mesi. E poi il vuoto.
Un ritardo tecnico? Difficile crederlo. Più plausibile è l’imbarazzo politico di un Esecutivo che predica trasparenza agli Stati membri ma fatica a praticarla al proprio interno, soprattutto quando il problema riguarda strutture periferiche che agiscono lontano dai riflettori di Bruxelles.
Il punto, infatti, non è solo una call contestata. Il punto è un sistema autoreferenziale, in cui la Commissione controlla sé stessa, valuta sé stessa e, quando viene chiamata a rendere conto, sceglie semplicemente di non rispondere. Un meccanismo retorico che mina la fiducia dei cittadini europei molto più di qualsiasi euroscetticismo dichiarato.
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