14 Settembre 2026
Europa

Tra tregue fragili e giochi di potere: la difficile ricerca di una pace duratura.

Dalla fine delle ostilità su larga scala nella Striscia di Gaza, la regione vive una fase di calma solo apparente. Le tensioni restano elevate lungo il confine arretrato dell’esercito israeliano (IDF), mentre continuano gli scontri sporadici e le incursioni dei coloni israeliani in Cisgiordania. L’IDF accusa Hamas di violare i nuovi assetti di confine a Gaza e risponde, come in passato, con bombardamenti che colpiscono la popolazione palestinese, spesso al di là dei miliziani del movimento islamista.

I segnali di una pace reale restano deboli, nonostante alcuni recenti tentativi di contenere gli eccessi dei coloni. Secondo J. Scott Younger, ricercatore dell’ FIMES, progressi concreti potranno arrivare solo con l’attuazione della fase successiva del Piano di pace promosso da Donald Trump, un passaggio che si sta rivelando ben più complesso del previsto, anche alla luce della “limitata attenzione” del presidente statunitense sui dossier di lungo periodo.

Gaza e il nodo Hamas.

L’amministrazione Trump dovrebbe presentare, probabilmente nel corso del prossimo incontro con Benjamin Netanyahu in programma il prossimo 29 dicembre, le linee guida della nuova fase del Piano di pace, a partire dalla definizione della governance della Striscia di Gaza nel prossimo decennio. Il principale ostacolo resta il futuro di Hamas: c’è un consenso diffuso sul fatto che il movimento non debba avere alcun ruolo nel futuro dell’enclave, ma Hamas non mostra segnali di resa né di disponibilità a sciogliersi, dichiarando di non fidarsi dell’IDF.

Resta aperta la questione se attori regionali possano offrire una via d’uscita al gruppo o se si possa arrivare a una sua dissoluzione. Molto dipenderà dalle proposte che arriveranno da Washington, anche se appare improbabile che qualsiasi soluzione riesca a soddisfare tutte le parti in causa.

La Cisgiordania dimenticata.

Accanto a Gaza, l’analisi richiama l’attenzione sulla sorte dei palestinesi in Cisgiordania. Younger suggerisce un coinvolgimento temporaneo di Paesi limitrofi, come la Giordania, in un sistema di governo che resti chiaramente a guida palestinese. Una simile soluzione potrebbe contribuire a contenere la violenza dei coloni, responsabili, tra l’altro, della distruzione dei raccolti di ulivi, fondamentali per l’economia locale.

Il quadro resta segnato da una profonda asimmetria: i palestinesi che resistono alle violenze dei coloni rischiano la morte o la detenzione senza processo, mentre gli israeliani coinvolti in aggressioni raramente subiscono conseguenze significative. Una situazione che, sottolinea l’autore, precede l’attuale crisi di Gaza e richiede un intervento urgente. In questo contesto si inseriscono le recenti dichiarazioni del premier Benjamin Netanyahu, che, dopo il rientro quasi completo degli ostaggi, si è detto pronto ad avviare la fase successiva del processo politico in coordinamento con Washington.

Ucraina, un altro fronte aperto.

Parallelamente, l’amministrazione Trump ha intensificato l’attenzione sull’Ucraina. Un nuovo piano di pace statunitense, articolato in 28 punti, ha suscitato forte preoccupazione a Kiev e nelle capitali europee, poiché ritenuto eccessivamente favorevole alle richieste di Mosca.

La reazione non si è fatta attendere: incontri urgenti tra Germania, Francia e Regno Unito a margine del G20 in Sudafrica, seguiti da un vertice a Ginevra con la partecipazione di Ue, Canada, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti. Da questi colloqui è emersa una revisione del piano, poi presentata a Mosca, dove però la posizione russa è rimasta immutata.

Per l’Ucraina, le proposte restano inaccettabili: il piano legittimerebbe l’annessione di circa un quinto del territorio nazionale e imporrebbe ulteriori restrizioni a Kiev.

La posizione di Putin e le inquietudini europee.

Secondo Younger, il Cremlino appare rafforzato dalla percezione di divisioni tra gli alleati occidentali. Vladimir Putin prosegue le operazioni militari, convinto che il tempo giochi a suo favore e che Washington possa prima o poi ridurre o interrompere il sostegno a Kiev, lasciando l’Europa a gestire da sola il conflitto.

In questo contesto si inserisce la recente visita di Putin in India, partner strategico nell’ambito dei BRICS, durante la quale il presidente russo ha espresso fiducia in un esito del processo di pace favorevole a Mosca.

Trump e l’ossessione del Nobel.

Donald Trump ha dichiarato che la Russia guarda con favore al piano di pace, mentre attende la risposta ucraina. Nel frattempo, i leader di Francia, Germania e Regno Unito hanno incontrato il presidente Volodymyr Zelenskyy, avviando un coordinamento europeo che dovrebbe sfociare in una proposta alternativa.

Secondo Younger, sullo sfondo resta l’ambizione di Trump di ottenere il Premio Nobel per la Pace, rivendicando come successi personali accordi firmati in Asia e in Africa, molti dei quali si sono rivelati fragili o già falliti. Un approccio che, osserva l’autore, appare distante dallo spirito con cui il Nobel è stato assegnato in passato a figure impegnate per anni in processi di pace complessi.

Le recenti dichiarazioni di Trump sull’Europa, definita “in declino” e priva di leadership, hanno suscitato sconcerto, così come le critiche rivolte alle Nazioni Unite. Per Younger, resta ora da capire come reagirà il presidente statunitense di fronte alla proposta di pace rivista da Ue e Ucraina.

foto thewhitehouse.gov