7 Marzo 2026
PoliticaSardegna

Todde, due anni dopo: la rivoluzione annunciata si scontra con la realtà.

C’era una volta una Sardegna che doveva rinascere. Almeno così prometteva il programma con cui Alessandra Todde si è presentata agli elettori: sanità pubblica rifondata, trasporti finalmente degni di un Paese civile, lavoro “buono e tutelato”, transizione energetica governata dai sardi e non dalle multinazionali, lotta allo spopolamento, scuola e università come motori di futuro. Un elenco di intenzioni (come ricorda il programma elettorale da 206 pagine) talmente lungo da sembrare un romanzo epico.

Due anni dopo, però, più che l’epica sembra di leggere un bollettino condominiale.

Sanità: il grande malato resta in terapia intensiva. Il primo pilastro del programma era la “riaffermazione del primato della sanità pubblica” . Doveva essere la madre di tutte le battaglie: medici di base ovunque, abbattimento delle liste d’attesa, ospedali di comunità, telemedicina. Oggi, invece, i sardi continuano a fare chilometri per una visita, i pronto soccorso restano gironi danteschi e la continuità assistenziale è più un miraggio che un servizio.
Di case della comunità se ne vedono più nei rendering che nei paesi, e la “presa in carico globale del paziente” è diventata, nella pratica, la presa in giro globale del cittadino.

Lavoro: il “buon lavoro” è rimasto un aggettivo. Il programma parlava di occupazione stabile, lotta alla precarietà, formazione professionale mirata. Nei fatti, i giovani continuano a emigrare, i contratti stagionali sono la norma e le politiche attive sembrano fotocopie di quelle precedenti. La differenza rispetto al passato? Forse solo per lo scadimento dei comunicati stampa (e della comunicazione istituzionale in generale) e per i video social della ballerina dell’Esecutivo regionale.

Trasporti e mobilità: la continuità… con i disagi. La promessa era solenne: “restituire il diritto di mobilità ai sardi”. Navi e aerei accessibili, collegamenti interni moderni e infrastrutture digitali. Risultato: biglietti alle stelle e pochi voli, senza contare lo “stop and go” dei trasporti marittimi nelle isole minori. La rivoluzione dei trasporti, insomma, si è fermata al primo tornante.

Transizione energetica: padroni a casa nostra, ma solo a parole. Il mantra era chiaro: niente speculazioni, energie rinnovabili governate dall’Isola. Oggi il dibattito (dopo aver mandato praticamente a quel paese i migliaia di firmatari della proposta Pratobello) è identico a quello di prima: pale eoliche calate dall’alto, comunità locali spaesate, Regione, anche qui, più reattiva nei comunicati che nei piani.

Metodo Todde: la colpa è sempre altrove. In compenso funziona benissimo la macchina della polemica permanente: Roma cattiva, Bruxelles distratta e il passato disastroso. Un copione comodo che permette di evitare la domanda più semplice: “Voi, in due anni, cosa avete cambiato davvero?”.

Perché governare non è commentare l’attualità, ma spostare la realtà di qualche metro più in là. E quella sarda, per ora, è rimasta dov’era: tra un ospedale dove salta la corrente, un paese che si svuota, le solite distrazioni milionarie di risorse in Consiglio regionale (oltre 220 milioni nel primo anno di mandato Todde) e un giovane che compra il biglietto di sola andata.

Il programma parlava di “nuovo sistema Sardegna”, di “casa del domani”, di “visione 2050”. Al momento c’è solo mancanza di visione.

La domanda, a metà mandato, non è ideologica ma aritmetica: quante delle promesse sono diventate atti, delibere, cantieri e servizi misurabili?”.

Dopo due anni la sensazione è, dunque, chiara: il programma di Todde è stato scritto per essere incontestabile. Pieno di “promuovere”, “rafforzare”, “valorizzare”, privo di indicatori che permettano una verifica severa. Così il giudizio resta sospeso e la politica si rifugia nello scontro con Roma, nel racconto dell’ostacolo esterno, nella polemica quotidiana che sostituisce i risultati.

Il centrodestra di Solinas era stato liquidato (a ragione) come disastro. Ma la discontinuità promessa non si misura con i comunicati: si misura con servizi migliori, tempi più brevi, scelte riconoscibili. Finora, al netto di qualche iniziativa spot, la Sardegna vede soprattutto continuità di metodo: molta narrazione, poca sostanza, e un programma che sembra fatto apposta per non lasciare tracce verificabili.

La vera domanda, allora, non è se il governo nazionale discrimina l’Isola o se l’eredità fosse pesante. La domanda è più semplice e più crudele: cosa è cambiato davvero nella vita dei sardi in questi due anni? Se la risposta fatica ad arrivare, non è colpa della comunicazione ostile. È colpa della politica che confonde le promesse con i risultati e la capacità con l’inettitudine.

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