14 Marzo 2026
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Terra piatta e alieni: l’80% dei giovani si imbatte in contenuti complottisti

La rivoluzione digitale ha trasformato radicalmente il nostro rapporto con l’informazione. L’accesso immediato a un flusso continuo di notizie ha reso più complesso distinguere il vero dal falso, soprattutto per le giovani generazioni. In un panorama dove l’informazione corre veloce, verificare le fonti diventa un esercizio sempre più difficile, e spesso sacrificato. A farne le spese sono proprio gli adolescenti, sempre più esposti a contenuti ingannevoli e teorie del complotto che si diffondono attraverso i social media.

A fotografare il fenomeno è l’ultima indagine condotta da GoStudent, che rivela numeri preoccupanti: l’80% dei giovani dichiara di imbattersi regolarmente in post che diffondono teorie complottiste, mentre il 91% degli insegnanti afferma di essere preoccupato per l’influenza crescente della disinformazione sui propri studenti. L’esposizione a contenuti fuorvianti è ampia: si va dai meme sui social alle immagini alterate generate dall’intelligenza artificiale, fino a video deepfake sempre più realistici.

Eppure, l’85% degli adolescenti afferma di conoscere i rischi legati alla disinformazione. Una consapevolezza che però non sembra bastare: l’81% di chi ha visto almeno una teoria del complotto sui social ritiene plausibile almeno uno di quei contenuti. Tra le credenze più diffuse figurano la convinzione che il Covid sia stato creato in laboratorio, che un’élite segreta governi il mondo o che gli sbarchi lunari siano stati messinscena.

Il vero nodo, secondo gli esperti, è il basso coinvolgimento attivo con l’informazione: solo il 15% dei ragazzi cerca notizie per informarsi, mentre il 50% afferma di “essere raggiunto” dai contenuti senza selezione né verifica. Un altro 36% ammette di non seguire affatto l’attualità. Questo disinteresse, o passività informativa, si riflette in una scarsa capacità di distinguere fonti affidabili da contenuti manipolati. Quando sottoposti a un test per riconoscere l’attendibilità di una notizia redatta da Reuters rispetto a un comunicato aziendale, solo il 56% ha indicato correttamente l’opzione più attendibile. Ancora più sconfortante è il dato sulla capacità di riconoscere pubblicità e contenuti sponsorizzati: appena il 18% ha superato tutte le prove.

Il quadro che emerge è quello di una generazione che, pur nativa digitale, fatica a navigare con consapevolezza nel mare dell’informazione contemporanea. Le teorie complottiste — dalla Terra piatta alla negazione del cambiamento climatico — dunque attraggono perché offrono spiegazioni semplici e rassicuranti in un mondo percepito come sempre più complesso e caotico.

Di fronte a questa realtà, la scuola è chiamata a svolgere un ruolo centrale: formare cittadini digitali critici e consapevoli. Ma da sola non basta. Le istituzioni nazionali dovrebbero mettere mano alla borsa per finanziare la creazione di strumenti, programmi di alfabetizzazione mediatica e un’alleanza educativa tra famiglie, istituzioni e piattaforme digitali.

Foto di Vidmir Raic da Pixabay.com