14 Agosto 2026
Europa

Teheran chiama Mosca: “Ci aspettiamo il vostro sostegno contro l’aggressione americana”.

Mentre le bombe continuano a cadere sull’Iran, Masoud Pezeshkian alza il telefono e chiama Vladimir Putin. Il messaggio che Teheran affida alla telefonata è diretto: l’Iran si aspetta che la Russia utilizzi le proprie capacità internazionali per sostenere i diritti del popolo iraniano di fronte all’aggressione militare americana e israeliana. Non un appello vago alla solidarietà, ma una richiesta politica precisa rivolta a un alleato strategico che siede nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU e mantiene relazioni con tutti i principali attori regionali.

L’assassinio di Khamenei e la risposta del popolo.

Pezeshkian ha definito l’uccisione della Guida Suprema Ayatollah Ali Khamenei “un atto contrario a tutte le norme giuridiche e alle regolamentazioni internazionali”. Una violazione senza precedenti, ha sottolineato, che tuttavia, secondo la sua lettura, avrebbe sortito l’effetto opposto a quello sperato dagli aggressori: anziché destabilizzare il Paese, avrebbe compattato il popolo iraniano attorno alla difesa della propria sovranità.

“Gli oppressori mirano a imporre la propria volontà alle nazioni attraverso atti ciechi e disperati di forza”, ha detto Pezeshkian. “Ma la massiccia e eroica presenza del popolo iraniano a sostegno del proprio sistema e del proprio Paese ha dimostrato che tali aggressioni non fanno che rafforzare la determinazione della nazione”.

Una narrativa di resistenza costruita con cura, destinata tanto al pubblico interno quanto alla comunità internazionale.

La questione delle basi americane.

Pezeshkian ha anche affrontato il tema delle basi militari americane nella regione, cercando di rassicurare i vicini arabi sempre più nervosi per le ricadute del conflitto sui propri territori. Il presidente iraniano ha sottolineato che gli attacchi iraniani contro le basi statunitensi nella regione devono essere interpretati esclusivamente come misure difensive, volte a proteggere l’Iran e il suo popolo, non come un tentativo di trascinare i Paesi vicini in un conflitto che non hanno cercato.

Ha inoltre respinto con fermezza le voci di un presunto attacco iraniano contro l’Azerbaigian, definendole “macchinazioni dei nemici” finalizzate a incrinare le relazioni fraterne tra Paesi confinanti. Un fuoco da spegnere rapidamente, in un momento in cui Teheran non può permettersi nuovi fronti aperti sul fianco settentrionale.

La risposta di Putin.

Dal Cremlino, Putin ha risposto con toni sobri ma significativi. Ha espresso le proprie condoglianze per “il martirio dell’Ayatollah Khamenei”, una scelta lessicale non casuale, che adotta la terminologia iraniana e segnala rispetto, e ha manifestato “profonda solidarietà” al governo e al popolo iraniano.

Il presidente russo ha anche riferito di essere in contatto con i leader dei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, sottolineando la necessità di stabilità regionale. Un posizionamento che rivela la complessità del gioco diplomatico di Mosca: vicina a Teheran per ragioni strategiche, ma al tempo stesso impegnata a mantenere canali aperti con le monarchie del Golfo, tradizionalmente legate all’Occidente.

I due presidenti hanno infine concordato di mantenere un coordinamento serrato tra Iran e Russia attraverso canali diplomatici e della sicurezza.

La telefonata Pezeshkian-Putin va letta in controluce rispetto a ciò che Trump aveva dichiarato poche ore prima: di non avere “nessuna indicazione” che la Russia stia supportando l’Iran. Una dichiarazione che potrebbe riflettere la realtà, Mosca per ora si è limitata alla retorica, o che potrebbe essere un segnale di Washington a Putin affinché non faccia il passo più lungo della gamba.

foto Kremlin.ru