Tasse, imposte e disuguaglianze, il sistema fiscale italiano si conferma iniquo
In Italia il reddito è più concentrato e il sistema fiscale è più regressivo di quanto finora stimato. È quanto emerge da un nuovo studio pubblicato sulla rivista Review of Income and Wealth e basato sui nuovi dati della Banca d’Italia sulla distribuzione della ricchezza, i cosiddetti Distributional Wealth Accounts.
Il paradosso dell’aliquota: più ricchi, meno tasse.
Il dato che emerge con più forza riguarda le differenze nei rendimenti del capitale, che renderebbero il sistema fiscale italiano ancora più regressivo per il 7% più ricco della popolazione. Secondo lo studio, lo 0,1% più abbiente paga un’aliquota effettiva del 32,6%, contro il circa 45% versato da un lavoratore dipendente della classe media.
“Una scoperta chiave è che i rendimenti della ricchezza sono eterogenei”, spiega Demetrio Guzzardi. Restano relativamente stabili, attorno al 2,5%, per il 90% più basso della distribuzione della ricchezza, ma salgono nettamente all’interno del decile superiore, fino a sfiorare il 5% per lo 0,1% più ricco. “Tenere conto di questi rendimenti diseguali cambia la nostra comprensione della progressività fiscale: il sistema fiscale italiano diventa addirittura regressivo per il 7% degli italiani più abbienti, che pagano un’aliquota effettiva inferiore a quella del restante 93% dei contribuenti”, osserva il ricercatore, sottolineando come questo esito contrasti con i principi di progressività sanciti dall’articolo 53 della Costituzione.
Tre scenari di riforma sul tavolo.
Gli autori dello studio non si sono limitati a fotografare il problema, ma hanno simulato tre possibili scenari di riforma fiscale, basati sui modelli di tassazione ottimale , modelli che tengono conto anche delle eventuali riduzioni del reddito dichiarato dai contribuenti in risposta a un aumento delle aliquote. Le tre ipotesi prevedono rispettivamente: un sistema di tassazione unificato per redditi da lavoro e da capitale; l’introduzione di imposte differenziate tra le due categorie di reddito; oppure interventi mirati esclusivamente alla tassazione ottimale dei redditi da capitale.
“I nostri risultati mostrano che una maggiore tassazione dei redditi da capitale ripristinerebbe la progressività del sistema fiscale, generando al contempo significativi incrementi del gettito fiscale”, commenta Elisa Palagi. In tutti e tre gli scenari analizzati, dato che i redditi da capitale sono fortemente concentrati nella fascia più ricca della popolazione, l’aliquota media effettiva per il 7% più ricco dei contribuenti aumenterebbe fino a raggiungere il 60% per lo 0,1% più abbiente.
L’ipotesi patrimoniale.
Tra le strade indicate dallo studio c’è anche una tassazione mirata delle grandi ricchezze. “Gli individui più abbienti possono evitare più facilmente le imposte sul reddito attraverso la pianificazione fiscale, il trasferimento e il rinvio indefinito della realizzazione dei propri guadagni”, spiega Andrea Roventini, direttore dell’Istituto di Economia della Scuola Superiore Sant’Anna. Secondo il ricercatore, sarebbe possibile ripristinare la progressività del sistema, ridurre le disuguaglianze e aumentare il gettito introducendo aliquote contenute sul patrimonio netto del 7% più ricco degli italiani , comprese tra lo 0,1% e l’1,3% per lo 0,1% più abbiente, ossia circa 50.000 persone con un patrimonio netto medio superiore ai 20 milioni di euro. Prelievi che Roventini definisce relativamente modesti, considerando che la quota di patrimonio altamente liquido detenuta dal 7% più ricco corrisponde a circa il 40% del patrimonio complessivo del Paese.
Quanto potrebbe fruttare un’imposta sui grandi patrimoni?
Lo studio prova anche a quantificare il possibile gettito di un’imposta sulle grandi fortune. Un’aliquota netta dell’1,3% applicata all’1% più ricco della popolazione porterebbe nelle casse dello Stato circa 30 miliardi di euro l’anno. Restringendo la platea allo 0,1% più ricco, il gettito scenderebbe a circa 13,5 miliardi di euro, mentre limitando la misura ai soli miliardari si otterrebbero circa 2 miliardi di euro annui.
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