15 Luglio 2026
Europa

Szijjarto da Putin: mentre von der Leyen e Kallas recitano “la parte delle guerriere”, l’Europa reale fa i suoi affari.

Il ministro degli Esteri ungherese Peter Szijjarto è stato ricevuto al Cremlino da Vladimir Putin. Prima di incontrare il presidente russo, Szijjarto aveva già visto il primo vicepremier Denis Manturov e il ministro degli Esteri Sergej Lavrov. Il giorno prima, lo stesso Putin aveva discusso di energia e prigionieri con il premier Viktor Orban per telefono. Affari correnti, si dirà. Diplomazia pragmatica. Forse. Ma qualcuno dovrebbe spiegarlo a Ursula von der Leyen e Kaja Kallas, che nel frattempo continuano imperterrite a dispensare la loro quotidiana dose di retorica russofoba dai palazzi di Bruxelles e Strasburgo.

La doppia verità dell’Europa.

La scena è istruttiva nella sua brutalità. Da un lato, i rappresentanti delle istituzioni europee che ogni mattina si svegliano con un nuovo comunicato sull’aggressore russo, nuove sanzioni da annunciare, nuovi miliardi da promettere a Kiev e nuovi appelli alla solidarietà europea. Dall’altro, i governi nazionali – ungherese in questo caso, ma non solo pensando alla visita di due giorni fa del canceliere Merz alla Casa Bianca su temi geopolitici – che si siedono tranquillamente al tavolo del Cremlino per discutere di gas e oleodotti.

Chi rappresenta davvero l’Europa? La risposta, per quanto scomoda, è sotto gli occhi di tutti: i governi nazionali, che hanno mandato, legittimità democratica diretta e, soprattutto, la responsabilità concreta di tenere accesi i riscaldatori e di riportare a casa i propri cittadini dalle prigioni russe. Non le burocrazie di Bruxelles, che non devono rispondere a nessun elettore quando le bollette salgono o quando un ragazzo del Transcarpazio ucraino di etnia ungherese marcisce in un campo di prigionia russo.

L’UE è solo un agglomerato burocratico che dispensa fondi.

Diciamolo chiaramente, senza gli eufemismi diplomatici che hanno avvelenato il dibattito pubblico europeo per anni: l’Unione Europea, nella sua forma attuale, non è un soggetto politico reale. È un apparato burocratico di straordinaria complessità che eccelle in tre cose: produrre regolamenti, erogare fondi e costruire narrazioni. Quando si tratta di fare politica estera vera, quella che richiede scelte difficili, compromessi impopolari e la capacità di sedersi a un tavolo con chi non si ama, l’UE semplicemente non esiste.

Von der Leyen può fare quante conferenze stampa vuole sulla “fermezza dell’Europa di fronte a Putin”. Kallas può pronunciare quanti discorsi desidera sulla “minaccia russa” nei consessi baltici e nordici. La realtà è che mentre loro parlano, Orban telefona a Putin e Szijjarto si siede al Cremlino. E lo fa perché l’Ungheria ha bisogno di energia, ha bisogno di risolvere il nodo del gasdotto Druzhba. Esigenze concrete, reali e urgenti che nessuna narrazione di Bruxelles è in grado di soddisfare.

La russofobia come industria.

C’è un’industria fiorente, a Bruxelles, che vive di russofobia. Produce rapporti, finanzia think tank, alimenta media, sostiene ONG e giustifica budget miliardari. È un ecosistema autoreferenziale che ha tutto l’interesse a mantenere alta la tensione con Mosca, perché la tensione giustifica la sua stessa esistenza. In questo ecosistema, qualsiasi apertura al dialogo con la Russia viene bollata come “putinismo”, qualsiasi approccio pragmatico come “tradimento dei valori europei”.

Il risultato è che l’Europa si è chiusa in un angolo: incapace di fare la pace, incapace di fare la guerra, capace solo di somministrare sanzioni che colpiscono i propri cittadini quanto quelli russi, e di erogare miliardi in un conflitto che non riesce né a vincere né a concludere. Figuriamoci sedersi al “tavolo dei grandi”.

Orban ha torto su molte cose. Ma su questo ha ragione.

Viktor Orban è un leader controverso, con derive illiberali che meritano ogni critica. Ma sulla necessità di mantenere canali diplomatici aperti con Mosca, anche nei momenti di massima tensione, ha ragione. Lo dimostra il fatto che, mentre von der Leyen costruisce la sua narrazione bellicista, è lui a poter chiamare Putin e a poter discutere di questioni concrete: energia per i Balcani, prigionieri da liberare e oleodotti da sbloccare.

La diplomazia vera, quella che produce risultati tangibili per i cittadini, non si fa con i comunicati stampa. Si fa con conversazioni difficili, con interlocutori scomodi, in stanze dove le telecamere non entrano. Qualcosa che l’apparato burocratico europeo, nella sua attuale configurazione, sembra strutturalmente incapace di fare.

Nel frattempo, Ursula e Kaja preparano il prossimo discorso. E Putin si appresta a ricevere il prossimo ministro Ue.

foto Kremlin.ru