Sussidi ai media o sostegno al pensiero unico? Dubbi sull’indipendenza dell’informazione finanziata dall’UE.
L’Unione europea, come appurato nel corso degli ultimi anni, spende milioni di euro in comunicazione. Fondi, come rilevato in più occasioni, mirati più a rafforzare una narrazione istituzionale che a sostenere un vero pluralismo dell’informazione.
Recentemente, a sollevare la questione, è stata l’eurodeputata Virginie Joron del gruppo dei Patrioti per l’Europa, che in un’interrogazione scritta ha chiesto alla Commissione europea di fare chiarezza su una serie di finanziamenti diretti a media, agenzie giornalistiche e fact-checker.
Anche il Parlamento europeo non è rimasto a guardare: nel 2023, la Direzione Generale Comunicazione ha stanziato 9,1 milioni di euro in sovvenzioni per i media.
Di fronte a queste cifre, Joron ha sollevato nuovamente i sospetti sulla opportunità di tali stanziamenti: è davvero possibile garantire l’indipendenza dell’informazione quando le redazioni ricevono finanziamenti così cospicui da parte delle istituzioni che dovrebbero monitorare criticamente? Non solo: l’eurodeputata chiede anche di sapere se siano stati sovvenzionati media o giornalisti apertamente critici nei confronti della Commissione, e se queste pratiche siano compatibili con le regole europee sulla concorrenza e sulla comunicazione elettorale.
In un’epoca segnata da sfiducia crescente verso i media e dalle accuse di “disinformazione istituzionalizzata”, il dibattito sui finanziamenti europei alla stampa tocca dunque un nervo scoperto: fino a che punto è possibile sostenere un’informazione libera senza interferenze, se l’origine dei fondi è politica?
La Commissione europea, finora, ha difeso i programmi di sostegno ai media come strumenti per garantire la resilienza informativa contro le ingerenze esterne e per rafforzare la democrazia. Ma per i critici (per dirla tutta a ragione), il confine tra difesa del pluralismo e costruzione di un pensiero unico filo-Bruxelles è sempre più labile.
In attesa della risposta formale della Commissione, l’interrogativo resta aperto: si tratta di trasparenza e supporto alla stampa o di un uso opaco delle risorse pubbliche per orientare il consenso? Attualmente, è più plausibile optare per la seconda ipotesi.
