Sudan, nuove prove sul sostegno emiratino alle RSF: imbarazzo per gli accordi commerciali UE-Emirati
Un’interrogazione a risposta scritta presentata alla Commissione europea dall’eurodeputato irlandese Aodhán Ó Ríordáin (S&D) riaccende le tensioni attorno ai negoziati commerciali tra l’Unione europea e gli Emirati Arabi Uniti, alla luce di nuove prove sul presunto coinvolgimento emiratino nel conflitto sudanese.
Al centro della richiesta di chiarimenti c’è un’indagine condotta congiuntamente da Lighthouse Reports, Evident e Sudan War Monitor, secondo cui combattenti delle Rapid Support Forces (RSF) sarebbero addestrati in campi in territorio libico dall’Esercito Nazionale Libico e da mercenari ingaggiati dagli Emirati Arabi Uniti, utilizzando armamenti forniti proprio da Abu Dhabi. Le rivelazioni arrivano in un momento particolarmente delicato, con il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che ha lanciato l’allarme su un rischio imminente di atrocità di massa nella città sudanese di El Obeid, mentre l’Unione europea si prepara a un nuovo round di negoziati commerciali con Abu Dhabi.
Nell’interrogazione, Ó Ríordáin chiede se proseguire i negoziati con uno Stato accusato di prolungare un conflitto segnato da gravi crimini secondo il diritto internazionale sia compatibile con gli obblighi previsti dall’articolo 21 del Trattato sull’Unione europea, norma che impronta l’azione esterna dell’Unione al rispetto dei diritti umani e alla prevenzione delle atrocità. L’eurodeputato domanda inoltre alla Commissione se intenda proporre una sospensione dei negoziati fino a un chiarimento definitivo delle accuse, anche attraverso un’indagine indipendente e la cooperazione con i meccanismi delle Nazioni Unite, e quali passi concreti Bruxelles intenda adottare affinché un futuro accordo commerciale sia condizionato alla cessazione di ogni sostegno militare, logistico o finanziario emiratino alle parti in conflitto in Sudan, nonché al pieno rispetto dell’embargo sulle armi in Darfur e del diritto umanitario internazionale.
Valori e diritti non valgono quanto interessi e doppi standard per Bruxelles.
Non è la prima volta che il tema arriva sui tavoli delle istituzioni europee. Già a dicembre dello scorso anno, altre eurodeputate avevano posto interrogativi analoghi alla Commissione, ricevendo come risposta, tramite il vicepresidente Maroš Šefčovič, rassicurazioni di carattere prevalentemente diplomatico: un generico “impegno attivo” con la comunità internazionale e con gli attori regionali, Emirati inclusi, nella ricerca di una soluzione pacifica al conflitto, oltre al richiamo al dialogo politico multilaterale in coordinamento con l’ONU e la Corte penale internazionale. La Commissione aveva tuttavia escluso categoricamente l’ipotesi di sospendere i negoziati commerciali, sostenendo anzi che un rafforzamento dei legami economici con Abu Dhabi potesse contribuire alla stabilità regionale.
Una posizione che, secondo diversi osservatori ed europarlamentari, alimenta l’accusa di un approccio selettivo da parte dell’Unione: sanzioni e condanne nette in alcuni scenari di crisi, pragmatismo e continuità del dialogo economico in altri, specialmente quando in gioco vi sono partner commerciali di peso strategico. Il conflitto in Sudan, che da anni continua a provocare decine di migliaia di vittime e ha spinto oltre 30 milioni di persone a necessitare di assistenza umanitaria urgente, resta dunque il terreno su cui si misura la tenuta dei principi sanciti dai trattati europei di fronte agli interessi geopolitici ed economici in gioco.
Resta ora da vedere se la nuova interrogazione, sostenuta da prove più circostanziate sul ruolo emiratino nella catena di addestramento e armamento delle RSF, riuscirà a ottenere dalla Commissione una risposta meno elusiva rispetto al passato, o se anche in questo caso Bruxelles sceglierà di separare il piano dei diritti umani da quello, parallelo, dei negoziati commerciali.
foto Agenzia Coesione Territoriale
