Sudan, i milioni dell’Europa e il silenzio su Abu Dhabi: aiuti senza coraggio politico
Mentre a Bruxelles si moltiplicano le dichiarazioni solenni e gli impegni finanziari, la realtà della crisi sudanese racconta una storia ben diversa: quella di un’Europa generosa nei fondi ma timida – se non reticente – sul piano politico e diplomatico.
L’Unione europea, insieme ai suoi Stati membri, ha annunciato uno stanziamento di oltre 811 milioni di euro per affrontare quella che viene definita “l’emergenza umanitaria più grave del mondo”. Numeri imponenti, destinati a interventi essenziali: sicurezza alimentare, assistenza sanitaria, acqua, protezione dei civili. Nessuno mette in dubbio la necessità di questi aiuti. Ma proprio qui emerge una contraddizione sempre più difficile da ignorare.
Perché mentre l’Europa finanzia la risposta umanitaria, evita accuratamente di affrontare una delle cause politiche e militari del conflitto: il ruolo di attori esterni che sostengono, direttamente o indirettamente, i protagonisti della guerra civile sudanese. Tra questi, gli Emirati Arabi Uniti occupano una posizione centrale.
È noto da tempo che negli Emirati si trova una delle basi finanziarie e logistiche di Mohamed Hamdan Dagalo, il potente signore della guerra sudanese, leader delle Rapid Support Forces e figura chiave nel conflitto che ha devastato il Paese. Eppure, su questo punto, la cosiddetta “doppia Commissione europea” – quella che da un lato promuove i diritti umani e dall’altro gestisce relazioni geopolitiche ed economiche – sembra muoversi con estrema cautela.
Il risultato è una politica sdoppiata: da una parte si finanzia la gestione delle conseguenze della guerra, dall’altra si evita di mettere in discussione i rapporti con chi contribuisce a renderla possibile. Nessuna seria iniziativa per interrompere o sospendere le relazioni diplomatiche con Abu Dhabi, nessuna pressione significativa per colpire i canali finanziari che alimentano il potere di Hemedti.
Una ambiguità che mina la credibilità residua della stessa azione europea. Perché finanziare campi profughi e programmi alimentari è indispensabile, ma non basta se non si interviene sulle dinamiche che producono milioni di sfollati. È una strategia che rischia di trasformarsi in un circolo vizioso: l’Europa paga per contenere una crisi che contribuisce, indirettamente, a non risolvere.
La conferenza internazionale di Berlino sul Sudan, co-ospitata dall’UE insieme a partner come Stati Uniti e Unione Africana, avrebbe potuto rappresentare un’occasione per affrontare anche queste responsabilità geopolitiche. Invece, ancora una volta, il focus resta confinato alla dimensione umanitaria, lasciando in secondo piano le leve politiche più scomode.
Nel frattempo, i numeri continuano a peggiorare: oltre 13 milioni di sfollati, più di 30 milioni di persone bisognose di assistenza, carestie diffuse. Una tragedia che non può essere affrontata solo con assegni, per quanto ingenti.
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