Sudan, guerra e affari: i doppi standard dell’UE tra diritti umani e accordi commerciali con gli Emirati.
Mentre in Sudan il conflitto continua a mietere vittime e a produrre una delle peggiori crisi umanitarie al mondo, l’Unione europea prosegue i negoziati per un accordo di libero scambio con gli Emirati Arabi Uniti. Una scelta che solleva interrogativi sempre più pressanti sulla coerenza dell’azione esterna dell’UE e sui doppi standard applicati quando guerra, diritti umani e interessi economici entrano in collisione.
Da anni, decine di migliaia di persone continuano ad essere uccise in Sudan e oltre 30 milioni necessitano di assistenza umanitaria urgente. Le Nazioni Unite e numerose organizzazioni per i diritti umani hanno documentato gravi violazioni contro i civili. In questo contesto, il ruolo degli Emirati Arabi Uniti è ritenuto “decisivo” da più fonti internazionali, per il sostegno fornito alle Rapid Support Forces (RSF), una delle parti in conflitto.
Nonostante ciò, Bruxelles continua a rafforzare i legami economici con Abu Dhabi e guarda con favore alla possibile firma, nel prossimo futuro, di un accordo commerciale. Una prospettiva che ha spinto le eurodeputate Isabella Lövin, Alice Kuhnke e Pär Holmgren a interrogare la Commissione europea sulla compatibilità di tali negoziati con l’articolo 21 del Trattato sull’Unione europea, che impone di fondare l’azione esterna dell’UE sul rispetto dei diritti umani, del diritto internazionale e della pace.
Le domande poste alla Commissione vanno al cuore della contraddizione: ha senso proseguire i negoziati con uno Stato accusato di contribuire al protrarsi di un conflitto segnato da gravi violazioni? Quali strumenti politici, diplomatici ed economici intende usare l’UE per influenzare il comportamento degli Emirati in Sudan? E come potrà un eventuale accordo commerciale rispettare gli obblighi giuridici dell’Unione?
La risposta della Commissione, affidata al vicepresidente Maroš Šefčovič, si muove però su un piano prevalentemente diplomatico e procedurale. Bruxelles rivendica un “coinvolgimento attivo” con la comunità internazionale e con gli attori regionali, inclusi gli Emirati, per favorire una soluzione pacifica del conflitto. Le preoccupazioni sul presunto sostegno delle RSF sarebbero state sollevate in più sedi, mentre l’UE continuerebbe a fare affidamento sul dialogo politico e sulla cooperazione multilaterale, in coordinamento con le Nazioni Unite e la Corte penale internazionale.
Tuttavia, la Commissione chiarisce di non avere intenzione di sospendere i negoziati commerciali, che proseguono parallelamente al dialogo politico. Anzi, Bruxelles sostiene che proprio il rafforzamento delle relazioni economiche e un futuro accordo di partenariato strategico possano contribuire alla stabilità regionale e alla prosperità.
Una posizione che alimenta le critiche di chi denuncia un approccio selettivo dell’Unione: sanzioni, isolamento e condanne politiche nette in alcuni conflitti, pragmatismo e dialogo in altri, soprattutto quando in gioco ci sono partner economici strategici. Sullo sfondo resta una domanda inevasa: quanto sono realmente vincolanti i principi europei sui diritti umani e sulla lotta alla violenza, se possono essere messi tra parentesi di fronte a interessi geopolitici e commerciali?
Il caso Sudan–Emirati diventa così emblematico di una tensione irrisolta nell’azione esterna dell’UE, dove la difesa dell’ordine internazionale e dei diritti fondamentali rischia di apparire subordinata a un gioco di equilibri e convenienze, minando la credibilità stessa del progetto europeo.
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