Stress e rischi psicosociali sul lavoro, il Parlamento europeo chiede una direttiva vincolante
Il burnout, lo stress cronico, il mobbing e la cultura dell’essere sempre connessi”: non sono più questioni private da affrontare con corsi di meditazione aziendale o app per il benessere. Sono rischi professionali a tutti gli effetti, e l’Unione europea deve dotarsi di norme vincolanti per contrastarli. È questo il messaggio centrale del progetto di relazione depositato dalla commissione per l’Occupazione e gli Affari sociali del Parlamento europeo, a prima firma della relatrice Estelle Ceulemans, che chiede alla Commissione di presentare entro la fine del 2026 una vera e propria direttiva sui rischi psicosociali legati al lavoro.
Un fenomeno in crescita, con costi enormi.
I numeri fotografano un’emergenza silenziosa ma devastante. Secondo l’indagine europea sulle condizioni di lavoro di Eurofound, la quota di lavoratori esposti ad alta intensità lavorativa è salita dal 27% del 2015 al 40% del 2021. Un lavoratore su tre opera sotto pressione costante, con scadenze ravvicinate o durante il proprio tempo libero. Il costo economico e sociale di questa deriva è stimabile nel 60% delle giornate lavorative perse nell’intera Unione europea, con ricadute sull’assenteismo, sull’abbandono del mercato del lavoro e sulla produttività.
I rischi psicosociali, che includono carichi di lavoro eccessivi, mancanza di autonomia, insicurezza occupazionale, cattive pratiche manageriali, molestie e violenze, producono effetti gravi e duraturi sulla salute fisica e mentale dei lavoratori: disturbi d’ansia, depressione, malattie cardiovascolari, patologie muscolo-scheletriche e inabilità lavorativa prolungata.
La relazione: “Il quadro normativo attuale non basta”.
Il problema, denuncia il documento, è che il quadro giuridico europeo vigente non è all’altezza della sfida. La direttiva quadro sulla salute e sicurezza sul lavoro del 1989 stabilisce principi generali di prevenzione, ma non prevede norme specifiche, vincolanti e armonizzate per i rischi psicosociali. Gli accordi tra le parti sociali europee sullo stress lavorativo (2004) e su molestie e violenza sul lavoro (2007) restano applicati in modo disomogeneo nei vari Paesi, generando livelli di protezione profondamente diversi da uno Stato membro all’altro.
La relatrice chiede quindi che venga introdotta a livello europeo una definizione giuridicamente vincolante di rischio psicosociale e dei relativi fattori di rischio, che comprenda esplicitamente stress, burnout, molestie, violenza e discriminazione.
Obblighi concreti per i datori di lavoro.
Il progetto di direttiva proposto delinea un sistema articolato di obblighi a carico dei datori di lavoro. Al centro c’è la valutazione obbligatoria dei rischi psicosociali, da effettuare almeno una volta all’anno e ogni volta che si verifichino significative ristrutturazioni organizzative. La valutazione dovrà essere partecipativa, con il coinvolgimento effettivo dei lavoratori e dei loro rappresentanti, e condotta con metodi scientificamente validati.
Sulla base dei risultati, ogni datore di lavoro sarà tenuto ad adottare un piano d’azione annuale con misure concrete per eliminare o ridurre i rischi. Il piano dovrà affrontare, tra le altre cose, il carico di lavoro eccessivo, gli straordinari e gli orari imprevedibili, la cultura dell’essere “sempre reperibili” attraverso il web, il monitoraggio digitale dei dipendenti, le molestie e la violenza sul posto di lavoro. Qualsiasi introduzione di nuove tecnologie di sorveglianza o gestione algoritmica dovrà essere preceduta da una valutazione preventiva dei rischi psicosociali.
Un elemento particolarmente innovativo riguarda l’inversione dell’onere della prova: se un lavoratore dimostra di essere stato esposto a fattori di rischio psicosociale e di aver subito un danno alla salute compatibile con tale esposizione, sarà il datore di lavoro a dover dimostrare di aver adottato le misure preventive previste dalla direttiva e che il danno non è riconducibile alle condizioni di lavoro.
Il diritto alla disconnessione e il nodo digitale.
Il documento affronta con particolare attenzione le trasformazioni indotte dalla digitalizzazione. L’uso crescente di tecnologie digitali, della gestione algoritmica e dell’intelligenza artificiale viene esplicitamente associato a fenomeni di tecnostress, intensificazione del lavoro, isolamento sociale e perdita di autonomia. La bozza di direttiva sancisce il diritto alla disconnessione come norma vincolante: i lavoratori non potranno essere tenuti a rispondere a comunicazioni o svolgere compiti lavorativi al di fuori del proprio orario.
Chi è più a rischio?
Il documento sottolinea che l’esposizione ai rischi psicosociali non è distribuita in modo uniforme. Donne, giovani, lavoratori anziani, precari, migranti, personale manageriale e chi è sottoposto a sistemi intensivi di monitoraggio delle performance risultano sistematicamente più vulnerabili. Una vulnerabilità che, precisa il testo con forza, non dipende da fragilità individuali, ma da disuguaglianze strutturali, squilibri di potere e pratiche discriminatorie nell’organizzazione del lavoro.
La richiesta alla Commissione von der Leyen: una direttiva entro fine 2026.
La risoluzione chiede formalmente alla Commissione europea di presentare entro la fine del 2026 una proposta di direttiva che stabilisca requisiti minimi vincolanti per la prevenzione, il riconoscimento e la gestione dei rischi psicosociali in tutti i settori, pubblici e privati, dell’Unione. Il messaggio politico è netto: programmi aziendali di benessere e strategie individuali di resilienza non possono e non devono sostituire gli obblighi di legge dei datori di lavoro. La salute mentale dei lavoratori europei non è una questione di attitudine personale. È una responsabilità collettiva, e deve diventare un diritto esigibile.
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