Stop della Consulta al “Salario Minimo” negli appalti in Toscana: “Solo lo Stato può decidere”
La Corte Costituzionale boccia il tentativo della Regione Toscana di introdurre una sorta di salario minimo negli appalti pubblici. Con la sentenza numero 60 depositata lo scorso 30 aprile, i giudici hanno dichiarato illegittima la norma regionale che imponeva un compenso di almeno 9 euro lordi l’ora come requisito per ottenere punteggi extra nelle gare d’appalto.
Vale la pena ricordarlo: la stessa legge (la numero 9) che con toni trionfalistici è stata approvata dal Consiglio regionale della Sardegna lo scorso 9 aprile 2026 e che, per analogia, dovrebbe essere bocciata nei prossimi tempi dalla Consulta, aumentando il numero di leggi regionali impugnate anche a questa “legislatura di incapaci”.
Nonostante ciò, quasi a voler rimarcare la caratura e la narrazione dell’attuale classe dirigente in Sardegna, non sono mancati i toni trionfalistici nell’isola. “La Regione, oggi governata da Alessandra Todde, compie una scelta chiara e coraggiosa”, si legge nel sito del Movimento 5 Stelle.
Il cuore della sentenza: una questione di competenze.
Il caso era nato dopo il ricorso del Presidente del Consiglio dei Ministri contro la legge della Regione Toscana (la n. 30 del 2025). Secondo la Consulta, la Regione ha invaso il campo del Governo centrale: la Costituzione stabilisce infatti che solo lo Stato ha il potere di legiferare sulla “tutela della concorrenza”.
In parole povere, se ogni Regione decidesse autonomamente quali criteri economici inserire nei propri bandi, si creerebbe un mosaico di regole diverse in tutta Italia. Questo, secondo i giudici, alzerebbe “barriere territoriali” dannose per le imprese e per il mercato.
L’equilibrio tra diritti e mercato.
La Corte ha riconosciuto che gli appalti pubblici non servono solo a risparmiare, ma devono anche proteggere i lavoratori e l’ambiente. Tuttavia, deve essere il legislatore statale (e non quello locale) a stabilire il punto di equilibrio tra questi interessi.
Attualmente, il Codice dei Contratti pubblici nazionale prevede che per garantire stipendi dignitosi si faccia riferimento ai contratti collettivi nazionali (CCNL) firmati dai sindacati più rappresentativi. La scelta della Toscana di fissare una cifra precisa (i 9 euro) si scontrava con questo modello nazionale.
Le conseguenze per le gare d’appalto.
Il criterio premiante voluto dalla Toscana è stato ritenuto rischioso perché: Influenzava l’esito delle gare: favoriva alcune aziende a discapito di altre in base a un parametro non previsto dalla legge nazionale. Condizionava la partecipazione: alcune imprese avrebbero potuto rinunciare a partecipare ai bandi toscani a causa di costi predefiniti per legge regionale.
In sintesi, pur essendo l’obiettivo della Regione quello di garantire paghe più alte, la Corte Costituzionale ha ribadito che il “termometro” degli stipendi negli appalti deve essere lo stesso da Nord a Sud, e le regole devono essere scritte esclusivamente a Roma, nei palazzi del potere statale.
