Statutaria in salsa sarda: urgenza a parole, sedie vuote nei fatti.
Che la riforma statutaria della Regione Sardegna non fosse “urgente”, “indifferibile”, “prioritaria” e “storica”, la classe dirigente sarda lo ha confermato anche oggi (facendo i dovuti distinguo) snobbando l’ultima seduta convocata dalla Commissione prima. Parlamentari sardi per i quali l’urgenza della riforma statutaria, evidentemente, vale meno dei propri appuntamenti “nel territorio”.
All’appello della commissione permanente, infatti, solo sette parlamentari su quindici hanno risposto – Silvio Lai, Marco Meloni, Francesco Mura, Salvatore Deidda, Gianni Lampis e Francesca Ghirra e Mario Perantoni -. Gli altri? Mistero. Forse impegnati in altre sedute, forse dispersi lungo la Statale 131, forse intenti a meditare sul concetto di autonomia. Di certo, non in aula.
Il presidente dell’assemblea Piero Comandini li aveva convocati per discutere di Statuto, norme di attuazione e, già che c’erano, anche del decreto energia del Governo. Tema, quest’ultimo, sul quale la presidente della Regione Alessandra Todde aveva annunciato battaglia. Evidentemente, tale determinazione non è sentita oltre i confini regionali.
Il sistema autonomistico è vecchio? Bene: sarebbe utile se qualcuno si presentasse a rinnovarlo.
Mura parla chiaro: “Il sistema autonomistico è vecchio”. E come dargli torto? Il problema è che per aggiornarlo servirebbe la presenza fisica di chi deve farlo. E mentre si discute della più grande riforma istituzionale degli ultimi trent’anni, più della metà dei rappresentanti sardi in Parlamento sembra aver preferito un’altra destinazione.
Ghirra, dal canto suo, rilancia sul tema della legge elettorale e sull’esigenza di restituire rappresentanza a tutte le forze politiche. Una realtà di fatto visto che in Sardegna è in vigore ancora la legge porcata del 2013…
Si alla retorica meno allo spirito di servizio.
Alla fine, nulla di nuovo sotto il sole. L’assenza di una parte consistente della rappresentanza parlamentare certifica ancora una volta un problema antico: la fragilità della classe dirigente sarda, spesso bravissima a dichiarare l’urgenza delle riforme.
Con qualche eccezione, sia chiaro, per i presenti che hanno onorato la convocazione. Gli altri restano un rebus politico: c’è chi parla di autonomia a reti unificate e chi, evidentemente, sceglie l’autonomia… dal partecipare alle riunioni.
Il risultato? Una riforma statutaria definita essenziale, discussa davanti a metà delle sedie. Sardegna autonomista sì, ma a giorni alterni.
