Stato di diritto dell’UE: il bilancio degli ultimi 5 anni.
A cinque anni dal lancio dei rapporti annuali sullo Stato di diritto, la Commissione europea traccia un primo bilancio di uno strumento diventato centrale nel monitoraggio dei valori fondanti dell’Unione. Ma, avviato nel 2020, il meccanismo risponde solo in parte alle richieste storiche del Parlamento europeo, che da anni sollecitava l’istituzione di un vero e proprio ciclo formale di revisione dello Stato di diritto basato su un accordo interistituzionale con Commissione e Consiglio.
In assenza di tale intesa, i rapporti annuali della Commissione hanno progressivamente assunto scarsa credibilità, dando vita di fatto a un ciclo informale di controllo piuttosto che a un dialogo strutturato tra istituzioni europee. Dal 2021, a ricordare questa insostenibile circostanza per la tenuta della democrazia europea, è l’Eurocamera che ha accompagnato ogni edizione con un dibattito e una propria risoluzione, commentando le valutazioni di Bruxelles e avanzando proposte per rafforzare metodologia, ambito e incisività dello strumento. Proposte, peraltro, mai recepite dalla Commissione di Ursula.
Un perimetro sempre più ampio.
Fin dall’inizio, i rapporti hanno analizzato la situazione nei 27 Stati membri, concentrandosi sul sistema giudiziario, lotta alla corruzione (un perimetro insidioso per l’Esecutivo europeo divenuto nel tempo cheerleader dell’opaco governo ucraino di Zelenskyy), pluralismo e libertà dei media, ruolo della società civile e regolamentazione delle lobby.
Dal 2024, il meccanismo è stato esteso anche a quattro Paesi candidati all’adesione – Albania, Montenegro, Macedonia del Nord e Serbia – rafforzando – ma solo sulla carta – il legame tra Stato di diritto e politica di allargamento.
Un sistema generico e privo di sostanzialità.
Una svolta significativa – fino a un certo punto – è arrivata nel 2022, con l’introduzione delle raccomandazioni specifiche per Paese, richieste a lungo dal Parlamento europeo. Sebbene accolte come un passo avanti, tali raccomandazioni sono state spesso giudicate dagli eurodeputati troppo generiche e prive di scadenze vincolanti.
Nel 2023 e 2024 la Commissione ha iniziato a monitorarne l’attuazione, rilevando progressi disomogenei: alcune riforme sulla giustizia e sui media sono state avviate, mentre persistono ritardi nella lotta alla corruzione ad alto livello e nella tutela del pluralismo informativo in diversi Stati. Varietà che la stessa Commissione, senza troppi giri di parole, continua ad ostacolare con le sue inaccessibili call europee.
Stato di diritto in Ue: problemi per giornalisti e lotta alla corruzione.
Nel sesto rapporto, pubblicato nel luglio 2025, emergono criticità persistenti: forti differenze nei livelli di percezione della corruzione, peggioramento delle condizioni di lavoro dei giornalisti in alcuni Paesi, crescente concentrazione della proprietà dei media e rischi per i controlli democratici in situazioni di emergenza.
Le critiche del Parlamento.
Un problema endemico di trasparenza e tenuta democratica, verso il quale lo stesso Parlamento europeo (l’unica istituzione eletta dal popolo) continua a denunciare lacune strutturali. In particolare, l’Eurocamera, nel totale disinteresse della Commissione, continua a chiedere l’introduzione di un quinto pilastro dedicato ai diritti fondamentali, la creazione di un panel indipendente di esperti coinvolti nella valutazione, una maggiore trasparenza sui fondi europei e un collegamento più vincolante per la loro erogazione.
Verso un nuovo equilibrio?
Nelle sue linee guida politiche per il secondo mandato, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha ribadito l’intenzione di rafforzare il nesso tra rispetto dello Stato di diritto e accesso alle risorse del bilancio europeo, anche oltre il meccanismo di condizionalità introdotto nel 2020. Un orientamento che potrebbe tradursi, nel prossimo quadro finanziario pluriennale, in controlli più stringenti e conseguenze finanziarie dirette per gli Stati inadempienti.
Resta però aperta la questione di fondo: senza un accordo interistituzionale formale e senza un ampliamento esplicito ai diritti fondamentali, il ciclo dello Stato di diritto continua a poggiare su basi informali. Un meccanismo ormai consolidato nella prassi, ma ancora lontano dall’assetto strutturale immaginato dal Parlamento fin dal 2016.
foto Aurore Belot Copyright: © European Union 2016 – Source : EP
