15 Ottobre 2026
Sardegna

Startup e giovani: basta con i “contributi a fondo perduto”, serve coraggio

Il sistema italiano di sostegno alla creazione d’impresa mostra crepe sempre più evidenti in Italia. Un paradigma che, negli ultimi decenni, ha dimostrato con prepotenza l’inaccessibilità delle agevolazioni verso i giovani senza garanti e risorse proprie.

Il primo nodo riguarda i contributi a fondo perduto. Nella pratica, andando oltre la narrazione dei vari enti pubblici e privati nazionali, questi strumenti finiscono per premiare chi risorse ne ha già, chi può contare su garanti solidi, patrimoni di famiglia, capitali propri da mettere sul piatto. Chi parte da zero (qualcuno dovrebbe avere il coraggio di ammetterlo durante l’inaugurazione del nuovo “programma” di incentivi per i giovani) resta escluso, perché il fondo perduto viene erogato spesso a chi dimostra di poter reggere comunque l’investimento, cioè l’esatto contrario di ciò che dovrebbe fare una misura di sostegno. Certo, alcuni bandi (al momento uno) permettono di ricevere una anticipazione sulle fatture non quietanzate ma non basta.

C’è poi la questione dell’esenzione IVA. L’imposta sul valore aggiunto dovrebbe restare in capo a chi investe (ovvero l’entità pubblica), non a chi tenta di avviare un’attività senza un euro da parte. Chiedere a un ventenne senza capitali di anticipare o farsi carico dell’IVA per aprire un’impresa è una contraddizione: se non ha risorse proprie, come può sostenerne anche il peso dell’Imposta sul Valore Aggiunto?

Anche le agevolazioni a percentuale per le startup, quelle che coprono solo una quota dei costi, risultano essere rigide e non aiutano a governare la complessità dei processi produttivi, specialmente in un contesto geopolitico odierno segnato dal caos e dalla crescente sfiducia dei consumatori. L’investimento, dunque, dovrebbe poter essere libero, senza tetti né vincoli, con l’unico paletto della rendicontazione a garanzia della trasparenza sull’uso dei fondi.

Servirebbero infine premi corposi per chi apre la prima impresa, non contributi simbolici (come quello da 10mila euro della Regione Lombardia o di quelli contro lo spopolamento in Sardegna da 15mila euro) ma incentivi reali capaci di fare la differenza per chi parte da zero.

Una scelta di questo tipo non è priva di rischi, va detto con onestà. Il monitoraggio della spesa pubblica in Italia, storicamente, mostra falle in ogni direzione. Ma il rischio andrebbe corso, perché l’alternativa, continuare con misure che non producono effetti e continuano a finanziare chi è privilegiato, è peggiore.

Il quadro, del resto, è preoccupante. I giovani mostrano competenze sempre più fragili, e non ci si illuda che l’uso disinvolto dell’intelligenza artificiale per risolvere problemi equivalga a reale capacità imprenditoriale. Ancora, le famiglie di provenienza sono sempre più povere. Il mercato italiano si restringe di anno in anno ed è sempre più regolamentato da inetti burocrati incapaci di andare oltre lo stipendio del 27 del mese. Un “popolino” di grigi dipendenti pubblici , spesso, senza vocazione di servizio pubblico: basti pensare, per restare nel Sud Sardegna, che l’URP della Camera di Commercio di Cagliari Oristano non risponde a una semplice richiesta da oltre un mese. Eppure, a chi apre un’azienda, tocca comunque pagare il diritto camerale…

In Sardegna,poi, per i giovani il quadro è ancora più fosco. Nei comuni sotto i cinquemila abitanti mancano perfino i bandi per l’apertura di nuove imprese: chi vorrebbe investire in quei territori non trova nemmeno lo strumento a cui rivolgersi. Ma tanto c’è il NEWGENS, che risolverà tutto.

E poi ci sono le solite incongruenze di fondo. In un Paese come l’Italia, da sempre scarsamente sensibile verso chi vuole fare impresa, le amministrazioni regionali erogano senza troppi problemi (e garanzie) miliardi di euro per singole iniziative formative (di scarso impatto) salvo poi fare le pulci a chi vuole aprire una impresa e creare ricchezza.

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