Starmer cerca il consenso perduto tra guerra in Iran e bollette dei britannici.
Keir Starmer ha un problema che si chiama petrolio, e un alleato che si chiama Trump, e i due non stanno andando nella stessa direzione. Il primo ministro britannico sa che la guerra in Iran, con lo Stretto di Hormuz chiuso e i mercati energetici in subbuglio, rischia di affossare la sua unica vera promessa elettorale: abbassare il costo della vita.
Mercoledì alla Camera dei Comuni, Starmer è stato più esplicito del solito: la de-escalation in Medio Oriente non è solo una questione di politica estera, è “la cosa più importante, la più efficace” che il Governo possa fare per evitare che le bollette energetiche britanniche vadano fuori controllo.
Dall’altra parte dell’Atlantico, però, l’amministrazione Trump può, diversamente dal resto del mondo, resistere a un picco dei prezzi del petrolio, mentre il pianeta si prepara a pagare un crescente debito energetico
C’è anche un paradosso strutturale che rende la posizione britannica ancora più difficile. Gli alleati americani hanno coordinato attraverso l’Agenzia Internazionale dell’Energia il rilascio di 400 milioni di barili di riserve strategiche, una mossa record destinata a calmierare i prezzi. Ma questa stessa mossa potrebbe convincere Washington di avere più tempo a disposizione, riducendo la pressione su Trump perché cerchi una soluzione rapida.
A complicare ulteriormente il quadro sono i rapporti personali tra i due leader. La settimana scorsa, in una disputa sull’accesso americano alle basi militari britanniche, Trump aveva liquidato Starmer con una battuta: “Non è Winston Churchill”.
Starmer era già in difficoltà prima che scoppiasse la guerra in Iran e i sondaggi nazionali lo danno in caduta libera. Per Starmer, dunque, la guerra in Iran non è solo una crisi geopolitica. È una minaccia esistenziale.
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