14 Agosto 2026
EuropaPolitica

Squilibri economici e finanziari Usa-Ue: il risparmio europeo finanzia la reindustrializzazione americana.

Un rapporto elaborato per la commissione ECON del Parlamento europeo dagli autori Natacha Valla e François Miguet, mette in guardia su una fase di crescente squilibrio nei rapporti economici e finanziari tra Stati Uniti e Unione europea, con implicazioni dirette per l’autonomia strategica dell’Ue. Lo studio in particolare propone una lettura macroeconomica dell’evoluzione dell’integrazione transatlantica, individuando i nuovi motori della relazione — dalla produttività alla politica industriale, fino alla struttura finanziaria — e descrivendo il vincolo che oggi condiziona le scelte europee, definito come il “trilemma della competitività”.

Secondo l’analisi, i flussi commerciali e di investimento stanno cambiando natura: l’Ue conserva un surplus nelle merci, ma gli Stati Uniti hanno consolidato un vantaggio nei servizi ad alto valore, soprattutto nei settori digitale e proprietà intellettuale, chiudendo il 2023 con un surplus nei servizi pari a 76,1 miliardi di dollari. Parallelamente, Washington è diventata un polo di attrazione per gli investimenti: lo stock di investimenti diretti esteri dell’Ue negli Stati Uniti ha raggiunto nel 2023 il 13,8% del Pil europeo, superando quello americano nell’Ue (10,1%). Il risultato, osserva lo studio, è che una quota crescente del risparmio europeo finisce per finanziare la reindustrializzazione statunitense.

Un rapporto, dunque, che evidenzia una relazione sbilanciata, con un’asimmetria di esposizione e un rapporto rischio-rendimento sfavorevole per l’Europa. Gli investitori europei privilegiano strumenti percepiti come sicuri, come i Treasury americani, contribuendo di fatto a sostenere il finanziamento dei deficit Usa. Gli investitori statunitensi, al contrario, mantengono una quota azionaria elevata nei portafogli europei — attorno all’80% — puntando sulla crescita e sulle performance delle imprese. Ne deriva un quadro in cui l’Ue risulta strutturalmente più esposta al rischio tassi Usa, mentre gli Stati Uniti detengono una posizione più legata ai rendimenti del tessuto produttivo europeo.

Lo studio descrive poi un disallineamento tra ciclo reale e ciclo finanziario, definito “paradosso della vulnerabilità”. Dal 2021 l’economia americana avrebbe corso a un ritmo circa 1,3 volte superiore rispetto a quella europea, ma i mercati finanziari restano fortemente sincronizzati tra le due sponde dell’Atlantico. In sostanza, sostiene il rapporto, l’Europa avrebbe smesso di “importare” crescita dagli Stati Uniti, con effetti di trascinamento ormai prossimi allo zero, ma continuerebbe a “importare” volatilità e shock monetari americani proprio a causa dell’elevata esposizione agli asset Usa.

Sul fronte strutturale, la distanza più preoccupante riguarda produttività e tecnologia. Nel periodo 2014-2024 la produttività del lavoro negli Stati Uniti sarebbe cresciuta a un ritmo doppio rispetto all’Ue, spinta da un’intensificazione degli investimenti e da un forte accumulo di capitale, in particolare nel campo dell’intelligenza artificiale. Qui il gap è descritto come decisivo: gli investimenti privati Usa in AI superano di gran lunga quelli europei, fissando — secondo lo studio — un vantaggio competitivo destinato a proiettarsi nel futuro.

Per ridurre questi squilibri, il documento propone un cambio di passo: meno regolazione difensiva e più costruzione di capacità. Tra le priorità indicate c’è il rilancio dell’Unione dei mercati dei capitali e della “Savings and Investment Union” come leva industriale, con l’obiettivo di trattenere il risparmio europeo e indirizzarlo verso la crescita di imprese tecnologiche e strategiche, evitando che il capitale continui a spostarsi verso gli Stati Uniti. Centrale è anche la proposta di creare un “safe asset” denominato in euro, un titolo sicuro e liquido in grado di ridurre la dipendenza europea dai Treasury e di finanziare beni pubblici comuni transfrontalieri, come reti energetiche e capacità di calcolo.

Accanto a questo, lo studio propone di istituzionalizzare “stress test di competitività” per la nuova legislazione europea, così da misurare preventivamente l’impatto di norme e obblighi sul divario di investimenti e adozione tecnologica rispetto agli Stati Uniti, evitando che obiettivi regolatori finiscano per accelerare l’erosione industriale nei Paesi Ue.

In alternativa, se l’Ue decidesse di non correre ai ripari, la relazione transatlantica progredirebbe nella sua fase di divergenza strutturale, con gli Stati Uniti in vantaggio su crescita, produttività e leadership tecnologica. Per diventare un partner più simmetrico e ridurre la dipendenza dalla finanza e dalla tecnologia d’oltreoceano, l’Ue dovrebbe sciogliere il “trilemma della competitività” e rafforzare la propria autonomia finanziaria, senza trasformare l’autonomia strategica in un fattore di frattura con Washington. In questo equilibrio, la parola chiave indicata dal documento è “riequilibrio”: non disaccoppiamento, ma una partnership più bilanciata fondata su una maggiore capacità europea di investimento, innovazione e stabilizzazione.

foto Larry White da Pixabay.com