12 Giugno 2026
Europa

Social media vietati ai minori: l’Europa cerca una risposta comune ma i nodi restano irrisolti

Quasi il 70% dei ragazzi europei tra i 12 e i 17 anni aveva già un profilo su WhatsApp prima di compiere 13 anni. Il 75% era su YouTube, il 52% su Instagram, il 46% su TikTok. Sono i dati di un’indagine Euroconsumers del 2025, realizzata da Maria Niestadt e condotta in Belgio, Spagna, Italia, Polonia e Portogallo. Numeri che fotografano con impietosa chiarezza il fallimento delle regole esistenti. Le piattaforme fissano già oggi a 13 anni l’età minima per la registrazione, ma quella soglia è diventata poco più che un esercizio burocratico che nessuno rispetta davvero.

La risposta politica si sta accelerando in tutto il mondo. Secondo l’UNICEF, a marzo 2026 sono circa 40 i Paesi che stanno discutendo, proponendo, adottando o implementando restrizioni basate sull’età per l’accesso ai social media , un’accelerazione netta rispetto agli anni precedenti, quando solo pochi governi avevano affrontato seriamente il tema.

I rischi reali: dal cyberbullismo alla dipendenza.

Dietro la spinta legislativa c’è una massa crescente di dati allarmanti. Il 24% dei ragazzi tra i 12 e i 17 anni che ha risposto alle consultazioni della Piattaforma europea di partecipazione dei minori ha dichiarato di aver subito episodi di cyberbullismo; il 39% lo ha witnessed su altri. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha registrato un aumento netto dell’uso problematico dei social tra i ragazzi di 11, 13 e 15 anni: dal 7% del 2018 all’11% del 2022. Fenomeni come il grooming, l’esposizione a contenuti violenti, la disinformazione e i meccanismi di dipendenza indotti dal design delle piattaforme alimentano un’emergenza che i governi non possono più ignorare.

L’Australia ci ha provato… e i risultati sono deludenti.

Il primo grande banco di prova mondiale è l’Australia, che il 10 dicembre 2025 ha introdotto il divieto di accesso ai social media per i minori di 16 anni, con sanzioni fino a 30 milioni di euro per le piattaforme inadempienti. I risultati, a pochi mesi dall’entrata in vigore, sono tutt’altro che incoraggianti.

Secondo un’indagine dell’eSafety Commissioner australiano condotta tra gennaio e febbraio 2026, circa sette genitori su dieci hanno dichiarato che il proprio figlio risultava ancora attivo su Snapchat, TikTok, Instagram e Facebook. Il 70% dei ragazzi intervistati da un sondaggio della Molly Rouse Foundation ha ammesso di aggirare il divieto senza difficoltà. Il 51% ha detto che il ban non aveva cambiato nulla in termini di sicurezza online. Il 14%, invece, si è dichiarato addirittura meno sicuro di prima , un dato che dovrebbe far riflettere chiunque sostenga che una legge, da sola, basti a risolvere il problema.

Il tallone d’Achille: la verifica dell’età non funziona.

Il nodo centrale resta quello della verifica dell’età. L’88% dei siti e delle app censiti a novembre 2025 dal Global Privacy Enforcement Network si affida ancora alla semplice autodichiarazione , ovvero, il ragazzo dichiara di avere 16 anni e nessuno lo controlla davvero. Un metodo che basta reinstallare l’app o cancellare i cookie per aggirare completamente.

Le alternative più sofisticate non sono esenti da problemi. I sistemi di riconoscimento facciale e di stima dell’età attraverso biometria sono stati definiti da centinaia di accademici di sicurezza informatica, in una lettera aperta di marzo 2026, “pericolosi e socialmente inaccettabili” per via delle implicazioni sulla privacy. I sistemi basati su documenti d’identità rischiano di discriminare chi non ne è in possesso , immigrati irregolari, minori senza documenti. I VPN e i profili acquistati o prestati agggirano qualunque controllo.

La Commissione Europea ha annunciato che la propria app di verifica dell’età è “tecnicamente pronta”, ma gli esperti di cybersicurezza hanno già identificato vulnerabilità nel codice. Il rollout definitivo, legato ai portafogli digitali europei che gli Stati membri devono rilasciare entro dicembre 2026, è ancora lontano.

Il caos normativo in Europa: ogni Paese fa da sé.

Nel frattempo, l’Europa si sta muovendo a macchia di leopardo. Quasi tutti i 27 Stati membri stanno discutendo o hanno già proposto misure per limitare l’accesso dei minori ai social, ma con soglie d’età diverse , dai 13 anni del Belgio fiammingo ai 16 di Bulgaria, Spagna, Lituania e Portogallo , e con approcci radicalmente differenti tra loro.

La Francia aveva già approvato una legge nel 2023, ma non è mai entrata in vigore: l’allora commissario europeo Thierry Breton aveva contestato la sua compatibilità con il Digital Services Act e la direttiva e-commerce. Una nuova proposta è in iter parlamentare, ma le due camere devono ancora trovare un testo comune. La Croazia ha proposto e poi ritirato la propria legge. La Germania ha un comitato di esperti al lavoro fino all’autunno 2026. L’Italia discute tra iniziative governative e parlamentari senza ancora una legge.

Il rischio di una babele normativa è reale e riconosciuto. Il Lussemburgo ha già proposto di coordinare le proprie azioni con i Paesi vicini se l’UE non interverrà. La Grecia ha scritto direttamente alla presidente della Commissione Europea chiedendo un’età digitale minima comune a 15 anni e un meccanismo europeo di verifica obbligatorio per tutte le piattaforme.

Il Parlamento Europeo vuole i 16 anni come soglia unica.

In questo scenario frammentato, il Parlamento Europeo ha preso una posizione netta. In una risoluzione del novembre 2025, ha chiesto l’introduzione di un’età digitale minima di 16 anni valida in tutta l’Unione, con possibilità di accesso tra i 13 e i 16 anni solo con il consenso esplicito dei genitori. Ha anche chiesto un sistema europeo di verifica dell’età che sia “accurato, efficace, affidabile, non intrusivo, rispettoso della privacy e non discriminatorio”.

La Commissione si sta muovendo nella stessa direzione. La presidente Ursula von der Leyen ha già annunciato che potrebbe arrivare “una proposta legislativa questa estate” per ritardare l’accesso ai social media. Un panel speciale di esperti sulla sicurezza dei minori online, istituito a marzo 2026 e composto da specialisti di diritti dei bambini, neuroscienze, informatica e alfabetizzazione digitale, presenterà le proprie raccomandazioni entro luglio 2026.

Quel che emerge con chiarezza dal dibattito internazionale è che nessuna norma, da sola, è sufficiente. Le restrizioni basate sull’età devono essere accompagnate da misure che incidano sul design stesso delle piattaforme , i meccanismi di dipendenza, le pratiche manipolative, il marketing degli influencer , e da programmi seri di alfabetizzazione digitale per ragazzi, genitori e insegnanti. Vietare ai minori di accedere a TikTok senza spiegare loro perché, e senza offrire alternative, rischia di spingerli verso angoli ancora meno sicuri della rete.

foto Gerd Altmann da Pixabay.com