16 Ottobre 2026
Europa

Social media e minori: il Parlamento Europeo chiede una stretta contro algoritmi, IA e piattaforme che creano dipendenza

Una fotografia impietosa dell’esposizione dei giovani europei ai rischi del mondo digitale emerge dalla relazione approvata dalla commissione per la cultura e l’istruzione del Parlamento Europeo, elaborata dal relatore Sandro Ruotolo e destinata al voto in plenaria il prossimo 17 settembre. Il documento, frutto di mesi di lavoro parlamentare, non si limita a denunciare i pericoli online, ma disegna una strategia articolata che investe legislazione esistente, intelligenza artificiale, salute mentale e istruzione.

I numeri di una generazione iperconnessa.

I dati messi in fila dalla relazione restituiscono l’entità del fenomeno: nel 2024 il 97% dei giovani europei si connetteva quotidianamente a Internet, con gli adolescenti tra gli 11 e i 14 anni che trascorrono davanti a uno schermo circa nove ore al giorno, e i bambini tra gli 8 e i 10 anni circa sei. L’uso dei social media tra i minori di 9-16 anni è più che raddoppiato dal 2010, arrivando a una media di tre ore quotidiane, con oltre l’80% di questa fascia d’età attiva ogni giorno sulle piattaforme.

Le conseguenze sulla salute mentale non sono trascurabili: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, oltre l’11% degli adolescenti mostra segni di comportamento problematico sui social e il 12% è a rischio di dipendenza da gioco online, con un divario di genere marcato (16% dei maschi contro il 7% delle femmine). Il documento richiama inoltre una sentenza chiave: nel marzo 2026 una giuria di Los Angeles ha riconosciuto Meta e Google responsabili dei danni legati a funzionalità di progettazione manipolative pensate per creare dipendenza tra bambini e giovani.

Ragazze nel mirino della violenza online.

Un capitolo centrale della relazione riguarda la dimensione di genere della violenza digitale. Una donna su dieci ha subito violenza online dai 15 anni in su, e il 52% delle ragazze e giovani donne ha subito abusi in rete, il 68% dei quali avvenuti sui social media. Il testo denuncia inoltre la diffusione crescente di contenuti sessualizzati e deepfake generati con l’intelligenza artificiale, chiedendo un divieto esplicito dei sistemi di IA capaci di produrre immagini o video sessualmente espliciti senza consenso, incluso il materiale pedopornografico sintetico.

Tra i punti più politicamente rilevanti, la relazione accoglie con favore l’apertura della presidente della Commissione Ursula von der Leyen verso l’introduzione di un limite minimo di età armonizzato a livello UE per l’accesso ai social media , la cosiddetta “età digitale minima” , e ne sollecita una rapida traduzione in proposta legislativa. Il documento segnala però un problema strutturale già oggi irrisolto: i meccanismi di autodichiarazione utilizzati dalle piattaforme per verificare l’età sono facilmente aggirabili, lasciando ampio margine di accesso a contenuti inadeguati anche ai minori più piccoli.

La soluzione proposta punta su strumenti di verifica dell’età rispettosi della privacy, integrati con il futuro portafoglio europeo di identità digitale, capaci di confermare l’età di un utente senza rivelarne l’identità, attraverso meccanismi di “doppio anonimato” tra verificatore e servizio.

Intelligenza artificiale e “compagni emotivi”. Cresce l’allarme in Ue.

La relazione dedica un passaggio inquietante ai cosiddetti “compagni basati sull’IA” , chatbot che simulano amicizie o relazioni affettive, segnalando che l’interazione con questi strumenti ha contribuito, in diversi casi documentati, a episodi di suicidio tra i minori. Il testo chiede norme etiche vincolanti su questi sistemi: dall’obbligo di dichiarare esplicitamente la natura artificiale dell’interlocutore, all’indirizzamento automatico verso linee di assistenza in caso di segnali di autolesionismo, fino a rigorosi controlli sull’età degli utenti.

Piattaforme, algoritmi e “dark pattern”.

Un altro dato citato nel documento è particolarmente significativo: il 97% delle app più diffuse tra i consumatori europei utilizza almeno un cosiddetto “dark pattern” , un meccanismo di progettazione manipolativa pensato per massimizzare il tempo di permanenza degli utenti e monetizzarne l’attenzione. La relazione chiede l’introduzione di una “modalità giovani” sulle piattaforme, capace di disattivare la pubblicità mirata e limitare le funzionalità pensate per creare dipendenza negli account dei minori, oltre a impostazioni predefinite più sicure: profili privati di default, disattivazione della riproduzione automatica dei contenuti e dei sistemi di raccomandazione basati sulla profilazione.

Influencer, “sharenting” e minori sotto i riflettori.

Il testo affronta anche il fenomeno dei “kidfluencer” , bambini esposti pubblicamente e commercialmente sui social , e dello “sharenting”, la pratica di genitori che condividono sistematicamente immagini dei figli online a fini di guadagno attraverso il coinvolgimento del pubblico. Secondo la relazione, solo il 20% degli influencer indica sistematicamente la natura commerciale dei propri contenuti, un dato che spinge il Parlamento a chiedere un codice di condotta europeo su trasparenza pubblicitaria e responsabilità lungo tutta la catena del valore, comprese le agenzie e i marchi coinvolti.

foto Philippe Buissin Copyright: © European Union 2025 – Source : EP