Siria, tragedia umanitaria a Suwayda: l’Europa indugia mentre mette sul piatto 2,5 miliardi di euro.
Mentre a Suwayda si consuma l’ennesima emergenza umanitaria siriana, gli appelli delle organizzazioni internazionali rimangono puntualmente ignorati. Una città sotto assedio, devastata da scontri intercomunitari, bombardamenti e saccheggi, dove oltre 250 civili – in gran parte cristiani – si sono rifugiati nella chiesa cappuccina di Gesù Re, diventata improvvisamente unico riparo e simbolo di sopravvivenza. Intanto, l’Unione Europea continua a finanziare con miliardi di euro aree sotto il controllo di Hayat Tahrir al-Sham, il gruppo jihadista guidato da Abu Mohammad al-Jolani, inserito nella lista nera dei terroristi internazionali.
Un paradosso inquietante: da una parte, 2,5 miliardi di euro, ufficialmente per “progetti umanitari” e per la transizione democratica del Paese; dall’altra, le poche note dell’Alto rappresentante dell’Ue, Kaja Kallas e l’inazione davanti al dramma di Suwayda, città del sud a maggioranza drusa ma con importanti comunità cristiane, completamente abbandonata al suo destino.
Secondo fonti di Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS), la situazione è catastrofica. “Il monastero è stato colpito da un bombardamento. I serbatoi d’acqua sono distrutti, i vetri in frantumi. Nessun ferito, ma è un miracolo”, riferisce una fonte rimasta anonima per motivi di sicurezza.
La mancanza di elettricità, acqua, cibo, medicine e persino di sepolture dignitose ha trasformato Suwayda in un teatro di disperazione. “Oltre 1.200 corpi attendono ancora di essere sepolti. Le famiglie si sono organizzate per condividere gasolio e sterilizzare gli ambienti dell’ospedale, completamente fuori uso. Le donne puliscono il sangue dalle stanze. Non ci sono più medici”, racconta ancora la fonte.
Eppure, nonostante le condizioni drammatiche, nessun corridoio umanitario è stato istituito, né aiuti ufficiali sono arrivati in città. Le uniche mani tese sono quelle della popolazione locale, che condivide ciò che ha – sempre meno – con chi ha perso tutto. “Il fuoco dei cecchini è costante, le strade sono impraticabili, non sappiamo chi stia combattendo contro chi. Molti risultano dispersi, altri sono probabilmente morti nelle loro case”, continua il drammatico racconto.
Una suora, anche lei in contatto con ACS, riferisce di un’emergenza psicologica oltre che umanitaria: attacchi di panico, insonnia, ansia estrema. “Siamo completamente intrappolati. Dopo dieci giorni di assedio, non abbiamo più né dignità né pace. I cadaveri sono per strada. Serve un corridoio umanitario immediato”.
Ma nulla si muove, se non le già richiamate note del SEAE (il Servizio Europeo per l’Azione Esterna) e della Kallas. Intanto, continua a riversare fondi in aree controllate da milizie radicali, tra cui lo stesso al-Jolani, ex affiliato di al-Qaeda, oggi riciclato in chiave “moderata” per motivi geopolitici.
Il dramma di Suwayda, dove la sopravvivenza si gioca giorno per giorno tra fame, proiettili e indifferenza, rappresenta l’ennesima prova che la Siria è diventata una crisi dimenticata, se non per alimentare ambigue politiche di contenimento migratorio o di influenza regionale.
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