Siria, l’UE scommette su al-Sharaa: 620 milioni di euro all’ex uomo di al-Qaeda
C’è qualcosa di surreale nella cerimonia con cui l’Unione Europea ha aperto le porte di Bruxelles al nuovo governo siriano. Il Syria Partnership Coordination Forum, co-presieduto dalla commissaria per il Mediterraneo Dubravka Šuica e dal ministro degli Esteri siriano Asaad Hassan al-Shaibani, ha prodotto annunci di grande impatto: un hub di assistenza tecnica da 15 milioni di euro, 14 milioni per la riabilitazione dell’ospedale Al-Rastan di Homs, un pacchetto complessivo da 620 milioni per il biennio 2026-2027. Il tutto presentato come “una svolta strategica nelle relazioni UE-Siria”, il passaggio “dalla risposta alla crisi a una partnership di lungo termine”.
Quello che i comunicati ufficiali non dicono , o dicono sottovoce , è chi siede dall’altra parte del tavolo.
La taglia da 10 milioni che nessuno vuole ricordare.
Ahmad al-Sharaa, noto per anni come Abu Mohammad al-Jolani, è l’uomo che guida di fatto la Siria post-Assad. È il fondatore e leader di Hayat Tahrir al-Sham, organizzazione nata direttamente da Jabhat al-Nusra , il braccio siriano di al-Qaeda. Per anni è stato inserito nella lista nera del terrorismo internazionale dagli Stati Uniti, che avevano posto sulla sua testa una taglia da 10 milioni di dollari nell’ambito del programma Rewards for Justice del Dipartimento di Stato.
Quella taglia è stata ritirata. E da quel momento , non un giorno prima , le cancellerie occidentali hanno scoperto che al-Sharaa era, in fondo, un “interlocutore frequentabile”.
La presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa si sono recati in visita a Damasco a gennaio. A maggio 2025 l’UE ha poi revocato tutte le sanzioni economiche rimaste in vigore. Ora arrivano i miliardi.
La domanda che nessun funzionario europeo sembra disposto ad affrontare pubblicamente è semplice e brutale: cosa è cambiato in al-Sharaa? La sua biografia non si è riscritta. Il suo passato in al-Qaeda non è scomparso. Le sue affiliazioni ideologiche non si sono dissolte con la caduta di Assad. Ciò che è cambiato è la convenienza geopolitica. Nient’altro.
Il cambio di passo europeo: da “terrorista” a “partner strategico”.
Fino a pochi mesi fa, incontrare ufficialmente un rappresentante di HTS sarebbe stato impensabile per qualsiasi governo europeo. Oggi lo stesso soggetto viene ricevuto a Bruxelles, co-presiede forum internazionali, stringe accordi con la Commissione Europea e si appresta a ricevere centinaia di milioni di fondi pubblici europei.
Il comunicato ufficiale dell’UE parla di “transizione genuinamente inclusiva e pacifica”, di “priorità ai bisogni e alle aspirazioni di tutti i siriani”, di “futuro stabile e prospero”. Sono le stesse formule che Bruxelles usa da decenni per accompagnare qualsiasi apertura diplomatica verso governi la cui legittimità è, per usare un eufemismo, discutibile. La retorica dell’inclusività funziona come uno schermo: rende presentabile ciò che altrimenti sarebbe difficile da spiegare agli elettori europei.
Perché l’UE si muove così? Le ragioni sono più di una, e nessuna riguarda una conversione democratica di al-Sharaa. La Siria è un corridoio geopolitico fondamentale, al crocevia tra Turchia, Libano, Giordania e Iraq. La stabilizzazione del Paese , o almeno la sua neutralizzazione come fonte di instabilità , è nell’interesse europeo. Il tema migratorio pesa enormemente: milioni di siriani vivono ancora in Europa, e qualsiasi prospettiva di rimpatrio , anche parziale , ha un valore politico interno considerevole. E poi ci sono i contratti: la ricostruzione di un Paese devastato da quindici anni di guerra vale decine di miliardi, e le imprese europee vogliono essere in prima fila.
620 milioni senza garanzie.
Il pacchetto annunciato è imponente: 620 milioni di euro per il 2026-2027, che si aggiungono ai 175 milioni già stanziati nel 2025 e ai 41 miliardi complessivi erogati dall’UE dal 2011 ad oggi , la quota più alta tra tutti i donatori internazionali. A questi si affiancano l’hub di assistenza tecnica da 15 milioni, i 14 milioni per l’ospedale di Homs, e la proposta di ripristinare l’Accordo di Cooperazione UE-Siria sospeso, per restituire a Damasco le preferenze commerciali.
La domanda legittima è: con quali garanzie? Quali meccanismi di controllo esistono per assicurarsi che questi fondi non rafforzino le strutture di potere di un governo con un passato jihadista? Quali condizioni , reali, verificabili, vincolanti , ha posto l’UE in cambio del suo sostegno? I comunicati ufficiali parlano di “dialogo politico ad alto livello”, di “cooperazione bilaterale” e di “transizione inclusiva”. Ma i dettagli operativi sulle condizionalità restano vaghi, come spesso accade quando la convenienza politica prevale sulla prudenza istituzionale. Dunque, anche a questo giro, i contribuenti europei dovranno pagare di tasca propria il sostegno ai lobbysti europei per la ricostruzione. Ne più ne meno di quanto già si fa dal febbraio 2022 in Ucraina.
Il precedente che dovrebbe far riflettere.
L’Europa ha già vissuto stagioni in cui ha scommesso su leader autoritari o ex estremisti presentandoli come “male minore” o “forza stabilizzatrice”. L’esito di queste scommesse è quasi sempre stato lo stesso: i fondi sono arrivati, le condizionalità sono evaporate, e i regimi hanno fatto esattamente quello che volevano fare, forti della legittimazione internazionale ricevuta.
Al-Sharaa non ha ancora mostrato di essere qualcosa di diverso da ciò che è sempre stato. Ha cambiato nome, ha cambiato narrativa pubblica, ha imparato a vestirsi con abiti presentabili per le telecamere occidentali. Ma il controllo militare della Siria resta nelle mani di HTS, la libertà di stampa e di espressione nel Paese è limitata, e le minoranze religiose , cristiani, alawiti, curdi continuano ad essere attaccate.
Forse la scommessa europea su Damasco si rivelerà giusta. Forse al-Sharaa diventerà davvero il pragmatico statista che alcuni analisti già intravedono dietro il jihadista di ieri. Ma sarebbe onesto, almeno, riconoscere che si tratta di una scommessa , e non di una “svolta strategica” verso la democrazia e la stabilità.
E l’opacità, in politica estera, ha sempre un costo. Lo pagano i cittadini europei, con i loro soldi, e i siriani con la loro libertà.
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