Siria 2025, il nuovo laboratorio del potere in Medio Oriente.
Nel 2025 la Siria torna al centro della scacchiera mediorientale, ma in una forma radicalmente diversa rispetto al passato. Con il crollo dell’ordine costruito dal regime di Bashar al-Assad, la dissoluzione delle reti regionali che lo sostenevano e il rapido riallineamento degli attori esterni, il Levante è entrato in una fase di transizione profonda. Damasco non è più il simbolo di un conflitto congelato, bensì il perno di una strategia più ampia con cui gli Stati Uniti tentano di riequilibrare il Medio Oriente riducendo progressivamente la propria presenza militare diretta.
A imprimere un’accelerazione a questo cambio di paradigma, secondo una recente analisi di Corneliu Pivariu dell’IFIMES, sono stati tre fattori chiave. Il primo è la fine del conflitto a Gaza, che ha ridisegnato gli equilibri regionali indebolendo in modo significativo l’influenza iraniana: la distruzione di parte dell’infrastruttura militare di Hezbollah e l’interruzione del corridoio logistico iraniano attraverso la Siria hanno colpito al cuore la capacità di proiezione strategica di Teheran.
Il secondo elemento è stata la visita a Washington del presidente siriano Ahmed al-Sharaa, la prima di un capo di Stato siriano negli Stati Uniti dall’indipendenza del Paese. Un segnale politico forte, che certifica l’allontanamento dalla sfera iraniana e il tentativo di accreditarsi presso Washington e Ankara come nuova leadership “legittima”.
Il terzo passaggio cruciale è stato il ritorno dell’Arabia Saudita nell’orbita strategica statunitense, sancito dalla visita del principe ereditario Mohammed bin Salman negli USA. Riyadh si propone ora come garante arabo della reintegrazione regionale della Siria post-Assad, contribuendo a limitare ulteriormente lo spazio di manovra dell’Iran e a bilanciare la crescente influenza turca nel nord del Paese.
In questo quadro, la strategia americana appare chiara: ridurre il proprio footprint militare costruendo un sistema regionale di condivisione delle responsabilità, in cui attori locali – Turchia, Israele e Stati arabi – si facciano carico della stabilità. Una Siria stabilizzata e riallineata diventa così un tassello essenziale per prevenire il ritorno iraniano e per evitare nuovi vuoti di sicurezza.
Sul piano interno, tuttavia, il Paese resta estremamente fragile. La caduta del regime non ha prodotto una transizione istituzionale solida, ma un vuoto di potere colmato in larga misura dall’influenza turca. L’uscita di scena dell’Iran, dopo anni di sostegno militare e finanziario, ha lasciato Damasco priva del suo principale pilastro esterno, costringendo la nuova leadership a cercare alternative rapide.
In parallelo, il peso della Russia si è drasticamente ridimensionato. Impegnata sul fronte ucraino e colpita da isolamento e difficoltà economiche, Mosca non è più in grado di esercitare il ruolo dominante avuto tra il 2014 e il 2018. Le basi di Hmeimim e Tartus restano simboli di un’influenza ormai in declino.
L’Iran, dal canto suo, registra il peggior arretramento strategico degli ultimi vent’anni: perso il corridoio verso il Mediterraneo e indebolita la rete di milizie e proxy, l’“asse della resistenza” appare smantellato. La nuova Siria non sembra né disposta né in grado di tornare sotto l’ombrello di Teheran.
Israele osserva e agisce con pragmatismo. L’obiettivo è duplice: impedire il ritorno dell’Iran e contenere i rischi legati all’ascesa turca nel nord della Siria. Un regime sunnita sostenuto da Ankara non è uno scenario ideale per Tel Aviv, ma resta preferibile a una Siria nuovamente egemonizzata dall’Iran. Da qui una strategia di cooperazione tacita con Washington e Ankara e una libertà operativa crescente nel sud del Paese.
Sul piano identitario, la Siria post-Assad sta vivendo una lenta ma significativa trasformazione. Dopo decenni di dominio alawita, emerge una nuova legittimità fondata su un sunnismo pragmatico, dove una nuova élite composta da imprenditori sunniti, tecnocrati e quadri amministrativi interessati a normalizzare i rapporti con il mondo arabo e occidentale.
Anche sul piano militare il quadro è mutato radicalmente. L’esercito siriano tradizionale è stato di fatto smantellato. La Turchia è oggi l’attore dominante nel nord, mentre Israele esercita una forte influenza nel sud. Gli Stati Uniti, infine, applicano una strategia di “esternalizzazione dell’ordine”, delegando la stabilizzazione a partner regionali.
L’economia resta il grande nodo irrisolto. Dopo quattordici anni di guerra, oltre il 40% delle infrastrutture è distrutto, la moneta ha perso quasi tutto il suo valore e le perdite complessive sono stimate tra i 325 e i 400 miliardi di dollari. La ricostruzione si preannuncia lunga – almeno 15-20 anni – e rischia di procedere in modo frammentato, seguendo le sfere di influenza degli attori esterni più che un piano nazionale coerente.
Nel gioco regionale, ciascun attore ha un obiettivo preciso: gli Stati Uniti testano un nuovo modello di ritiro controllato; la Turchia vede nella Siria il fulcro delle proprie ambizioni; Israele punta a una stabilità minima senza dipendenze ostili; l’Arabia Saudita cerca di bilanciare Ankara con risorse economiche e legittimità araba; Iran e Russia tentano di limitare le perdite.
In definitiva, la Siria del 2025 non è più solo un dossier di crisi, ma il banco di prova del nuovo ordine mediorientale. Il modo in cui verrà integrata – o frammentata – dirà molto sul futuro equilibrio della regione e sulla capacità degli attori globali e locali di governare una transizione ancora carica di incognite.
foto Car Loss Voniya da Pixabay.com
