13 Luglio 2026
Europa

Senza Orbán, l’Europa fa i conti con se stessa

Quando i leader europei sono atterrati a Cipro per due giorni di vertice informale, l’umore era soleggiato quanto il Mediterraneo che li circondava. L’assenza di Viktor Orbán, sconfitto alle elezioni dopo sedici anni al potere e dunque assente dal tavolo per la prima volta in oltre un decennio, aveva tolto dall’equazione il tradizionale elemento di disturbo. Un sollievo palpabile, quasi euforico.

Ma l’euforia ha avuto vita breve. Dopo intense discussioni sulla clausola di difesa reciproca, sulla politica energetica e sul bilancio settennale da 2000 miliardi di euro, i capi di Stato e di governo europei si sono trovati di fronte a una verità scomoda: i loro problemi, e le loro divergenze, sono molto più grandi di un solo uomo.

“Orbán era, sotto certi aspetti, il capro espiatorio dietro cui tutti si nascondevano”, ha ammesso candidamente il premier estone Kristen Michal a margine del summit. D’ora in avanti, ha aggiunto, i leader dovranno “essere espliciti e onesti riguardo alle proprie intenzioni”. Una dichiarazione che suona quasi come un programma politico o , meglio, un’autocritica collettiva.

L’Ucraina che divide.

Le prime crepe sono emerse sul dossier ucraino. Mentre alcuni leader si sono detti favorevoli a un ingresso rapido di Kiev nell’Unione, altri hanno frenato con decisione. Il premier croato Andrej Plenković ha offerto al presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy, presente in persona nella prima giornata ad Ayia Napa, una doccia fredda: l’adesione dell’Ucraina in tempi brevi non è semplicemente “realistica”, ha dichiarato, citando i lunghi anni di negoziati che la stessa Croazia ha dovuto affrontare prima di entrare nel club. Il presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa ha chiuso la porta a qualsiasi accelerazione, ricordando che “resta ancora molto lavoro da fare”.

L’energia, un nodo irrisolto.

Sul fronte energetico, i leader hanno discusso “misure a breve termine” per far fronte allo shock globale causato dalla guerra in Medio Oriente, salvo poi rinviare ogni decisione concreta, affidando ai ministri delle Finanze il compito di elaborare “proposte molto specifiche” entro un mese. “Speriamo di avere un accordo generale entro giugno”, ha dichiarato il presidente cipriota Nikos Christodoulides. Nel frattempo, però, il continente fa già i conti con carenze di carburante per aviazione, tanto che il commissario ai Trasporti Apostolos Tzitzikostas ha avvertito martedì che alcuni Paesi potrebbero dover condividere le proprie riserve d’emergenza.

Il bilancio, il campo minato dell’Ue.

Se il primo giorno è stato dominato da sicurezza, energia e allargamento, il secondo ha portato in primo piano la questione più spinosa di tutte: il bilancio pluriennale dell’UE. Un terreno apparentemente più tecnico, rivelatosi invece altrettanto divisivo. Il premier olandese Rob Jetten ha chiesto una “modernizzazione” del bilancio comunitario e una “riduzione sostanziale” delle sue dimensioni, trovando la sponda del cancelliere tedesco Friedrich Merz. Una posizione che li pone in rotta di collisione con paesi come la Polonia, favorevoli invece a un aumento delle risorse, e con la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, che ha difeso con passione l’esigenza di un bilancio ambizioso. “O si aumentano i contributi nazionali, o si riduce la capacità di spesa. Non esistono altre opzioni”, ha dichiarato von der Leyen, aggiungendo che “una minore capacità di spesa significherebbe meno Europa, proprio quando serve più Europa”. La premier italiana Giorgia Meloni ha sintetizzato la situazione con realismo: “È una negoziazione estremamente difficile.”

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