Senegal, la sinistra che criminalizza i gay. E l’Europa paga il conto
“Qui nella nostra Africa, nel nostro Senegal, non accettiamo gli omossessuali. Non è nella nostra cultura e tradizione”. A dichiararlo è la deputata Diaraye Ba del Pastef, il primo partito del Parlamento senegalese, dove pochi giorni fa è stata approvata la legge che raddoppia le pene per gli “atti contro natura” e introduce il reato di apologia: chiunque sostenga, promuova o finanzi attività riconducibili alla comunità LGBTIQ+ rischia fino a sette anni di carcere. Sette anni. Per un’opinione.
La sinistra. Ma quale sinistra?
C’è un dettaglio che dovrebbe far riflettere più di ogni altro. Quella che ha votato e approvato questa legge non è una destra nazionalista, non è una giunta militare, non è un governo teocratico emerso dal deserto. È il Pastef, Patriotes Africains du Sénégal pour le Travail, l’Éthique et la Fraternité, il partito del Primo Ministro Ousmane Sonko, figura che in certi ambienti progressisti europei è stata guardata con simpatia come voce del “Sud globale”, dell’anticolonialismo, del riscatto dei popoli oppressi. Il Pastef, oggi, siede in parlamento con 130 seggi su 165. Governa da solo. E ha approvato questa legge rispettando, viene precisato, una promessa elettorale.
Esiste, dunque, una sinistra e un’altra sinistra. Quella che in Europa sfila per le strade di Roma, Parigi e Berlino con le bandiere arcobaleno, e quella che a Dakar costruisce la propria egemonia anche sul corpo e sulla libertà degli omosessuali. Chi aveva equiparato i due progressismi farebbe bene, oggi, a fare i conti con questa distanza abissale.
Dove sono oggi gli “attivisti da comodino” contro le violenze del governo ungherese al pride di Budapest? Perché dalle sigle per i “diritti della comunità LGBTIQI+” non si è levata nessuna stigmatizzazione o minima presa di posizione contro la legge approvata dal Senegal… sempre che sappiano dove sia geograficamente!
E l’Europa paga.
Ma la domanda più scomoda non riguarda Dakar. Riguarda Bruxelles. Perché mentre il Senegal costruisce un impianto legislativo che trasforma l’identità sessuale in un crimine, l’Unione Europea è tra i principali finanziatori del Paese. Il Fondo fiduciario di emergenza dell’UE per l’Africa, con un bilancio di 5 miliardi di euro, finanzia pure il Senegal attraverso programmi di cooperazione, accordi bilaterali e fondi per il controllo delle migrazioni. Solo per la gestione dei flussi migratori, l’UE ha trasferito al Senegal 30 milioni di euro.
Si potrebbe obiettare che i fondi europei hanno finalità specifiche, sviluppo, clima, sicurezza, e che non finanziano direttamente le politiche interne di un governo. È una distinzione corretta sul piano tecnico. Ma è una sfumatura che regge fino a un certo punto. Il denaro è fungibile. I rapporti politici costruiti con quei finanziamenti hanno un peso. E la credibilità di chi si presenta al mondo come paladino dei diritti umani si misura anche dalla capacità di rendere quei diritti una condizione, non un accessorio, della cooperazione.
Il silenzio di Ursula.
Ursula von der Leyen ha più volte dichiarato che i diritti LGBTIQ+ sono diritti europei. Discorsi appassionati, dichiarazioni solenni, procedure di infrazione contro governi membri, Polonia, Ungheria, accusati di arretramenti su questo fronte. Tutto legittimo. Ma quando un governo africano finanziato con soldi dei contribuenti europei approva una legge che manda in carcere chi sostiene i diritti degli omosessuali, il silenzio della Commissione è assordante. È il silenzio di chi applica i propri valori a geometria variabile: rigidi verso chi è dentro il club europeo, elastici verso chi porta petrolio, gas, accordi commerciali o blocca i barconi dei migranti.
Le piazze vuote.
E poi c’è il mondo dei movimenti, degli strilloni da comodino, di chi ogni anno riempie le piazze europee di carri e fumogeni e slogan contro l'”omofobia di Stato”. Dov’erano l’12 marzo, il giorno dopo il voto di Dakar? Nessun presidio davanti all’ambasciata senegalese. Nessuna risoluzione urgente nei parlamenti europei più sensibili al tema. Nessun hashtag che abbia scalato le tendenze. Il coraggio, evidentemente, è selettivo. Si esercita bene contro i governi vicini, quelli che possono essere attaccati senza conseguenze diplomatiche, senza il rischio di essere accusati di “colonialismo culturale”. Contro i governi lontani, soprattutto se inseriti nella narrativa del Sud globale, si abbassa la testa.
