Sardegna, un anno di diagnosi impietosa: la fotografia di un’occasione mancata
Dodici mesi di studi, indicatori e una diagnosi che non lascia scampo a facili ottimismi di facciata. Il report “La Sardegna in dodici mesi”, pubblicato dal Centro Studi di Confindustria Sardegna, mette nero su bianco quello che il tessuto produttivo dell’Isola sperimenta ogni giorno sulla propria pelle: un’economia che arranca, un export crollato dell’11,4% nel 2025 e addirittura del 21,1% nel primo trimestre 2026, un deficit di oltre 1.700 imprese giovanili attive (e in viale Trento si celebrano i vari “Scenari“, “Newgens” e le menate dei corsi professionali promossi “dall’assessora che non strilla più”), e un risparmio delle famiglie — ben 251 miliardi di euro di ricchezza netta — che resta incastrato nella liquidità invece di trasformarsi in capitale produttivo.
Numeri che raccontano, più di ogni comunicato istituzionale, la distanza tra la retorica della “Sardegna che riparte” ricorrente nei palazzi regionali e la realtà quotidiana di imprenditori, lavoratori e famiglie.
Un’economia che regge sulla spesa pubblica, non sulla competitività.
Il report è impietoso nel sottolineare che la modesta crescita del PIL regionale (+0,7% nel 2025) è sostenuta quasi esclusivamente dagli investimenti pubblici e dal PNRR, non da un reale rafforzamento della capacità competitiva delle imprese sarde. Un’economia, cioè, drogata dalla spesa corrente e dai cantieri pubblici, ma incapace di generare da sé nuova ricchezza attraverso l’internazionalizzazione o l’innovazione. Basti pensare che la struttura dell’export resta pericolosamente concentrata su pochi prodotti , a partire dai derivati petroliferi (ricordiamolo il vero core business della Regione Sardegna) e pochi mercati, esponendo l’intero sistema produttivo a shock esterni che la Regione non ha fatto nulla per attenuare con una vera strategia di diversificazione commerciale.
Il paradosso del risparmio prigioniero.
Colpisce, in particolare, il dato sulla ricchezza finanziaria delle famiglie sarde: 83,3 miliardi di euro, per la maggior parte parcheggiati su conti correnti e depositi bancari, ben lontani dagli strumenti di investimento produttivo. Il report stima che, se questo risparmio fosse stato allocato in modo più efficiente negli ultimi dieci anni, la Sardegna avrebbe potuto generare fino a 10,3 miliardi di euro di rendimento aggiuntivo. Ma chi può essere l’imbecille (italiano o straniero) che nel 2026 possa avere qualche (sano) interesse per investire in una regione come la Sardegna?
Un tesoro inespresso che nessuna politica regionale ha saputo , o voluto, mobilitare.
Giovani che non trovano impresa, imprese che non trovano credito.
Tra il 2014 e il 2024 le imprese giovanili in Sardegna sono crollate del 26,6%, un dato peggiore della già preoccupante media nazionale. Un deficit di oltre 1.700 imprese attive che vale, secondo le stime del Centro Studi, una capacità produttiva persa di circa 140 milioni di euro l’anno.
Eppure, a fronte di questo trend sulla emorragia imprenditoriale silenziosa, la politica regionale del Campo largo non ha saputo mettere in campo strumenti realmente accessibili: i bandi continuano a non essere calibrati sulle esigenze del territorio, si continua a sostenere chi è già solido e i tanti corsi di formazione inutili promossi da fondazioni, sindati ed enti paraculi che di reale valore aggiunto offrono poco alla futura classe imprenditoriale sarda.
Non dorebbe, dunque, sorprendere la progressiva perdita di dinamismo che nessun assessorato sembra intenzionato ad affrontare con misure strutturali.
Un’isola sempre più diseguale.
Il quadro che emerge dal report descrive una Sardegna spaccata in due: da un lato Cagliari, con il 41,4% di laureati tra i 25 e i 49 anni, dall’altro interi territori che non raggiungono nemmeno il 20%. Una polarizzazione che si autoalimenta per assenza di infrastrutture (anche se i comuni spendono ogni anno milioni di euro con l’assurda programmazione territoriale per costruire campi da calcio in paesi da 300 abitanti…), competenze, stimoli (ci si piange troppo addosso come ricordano i tanti movimenti dei “figli della crisi) e imprese.
E, come noto, dove mancano le imprese la popolazione se ne va. Nel frattempo la rretorica del campo largo prova a lanciare fumo negli occhi ma, dopo due anni e mezzo di mandato, di cabina di regia capace di intervenire simultaneamente su trasporti, scuola, sanità e sviluppo produttivo, non se ne vede l’ombra.
C’è poi il tema dei trasporti. Dalle promesse elettorali del 2023, oggi, nel 2026 (anche con la copiosa spendita di risorse del PNRR), la rete infrastrutturale sarda conferma che oltre la metà dei comuni dell’Isola è inclusa nella fascia di massima criticità di accesso con un costo stimato, secondo il report di Confindustria, tra 70 e 85 milioni di euro di reddito perso per ogni minuto aggiuntivo di percorrenza media. Un costo pagato ogni giorno da chi vive, lavora o vorrebbe investire fuori dai poli urbani principali.
La domanda che resta sospesa: dove sono le priorità della classe dirigente regionale?
Il report si chiude con sei proposte operative , ridurre il costo delle connessioni, diversificare l’export, trattenere il capitale umano, rendere scalabile l’imprenditorialità giovanile, mobilitare il risparmio, trattare la demografia come criterio trasversale di ogni politica pubblica. Proposte tecnicamente solide, che però restano, ancora una volta, appannaggio degli analisti e degli imprenditori, mentre la politica regionale sembra concentrata altrove: sulla spartizione delle risorse attraverso le leggi finanziarie, annunci e conferenze stampa più attente alla propaganda istituzionale che alla capacità reale di ascoltare imprese, associazioni di categoria e corpi intermedi del territorio.
Non stupisce, allora, che la Sardegna continui a perdere competitività, attrattività ed equità, anno dopo anno, mentre altrove , in altre regioni europee si costruiscono bandi accessibili, politiche di coesione incisive, strategie di diversificazione dei mercati e strumenti di capitalizzazione delle imprese.
