Sardegna, lo spopolamento costa 1,7 miliardi… e nessuno pubblica i bandi
Non è più una questione di proiezioni statistiche o scenari di lungo periodo. Lo spopolamento della Sardegna ha già un costo economico misurabile, documentato, devastante: oltre 1,7 miliardi di euro di capacità produttiva perduta. È la cifra che emerge dal report “Il costo dello spopolamento: demografia e capacità produttiva in Sardegna”, pubblicato dal Centro Studi di Confindustria Sardegna il 30 aprile 2026, un documento che fotografa con impietosa precisione le dimensioni di una crisi che l’isola porta avanti da decenni e che nessuno sembra ancora in grado di fermare davvero.
Peggio della Corea del Sud. Peggio di tutta Europa.
I numeri del report non lasciano spazio a interpretazioni consolatorie. Nel 2024 il tasso di fecondità medio in Sardegna è sceso a 0,91 figli per donna, il valore più basso di tutto il continente europeo: a fare peggio, tra i territori dell’Unione Europea, ci sono soltanto le isole Canarie. Persino la Corea del Sud, diventata negli ultimi anni il simbolo mondiale della crisi demografica, con un tasso di 0,75, presenta una struttura per età ancora significativamente più giovane della Sardegna. Il tasso di natalità isolano si ferma a 4,5 nati ogni mille residenti, il più basso d’Europa, mentre il 27,4% della popolazione ha già almeno 65 anni e i bambini tra 0 e 14 anni rappresentano appena il 9,7% dei residenti. L’età mediana sfiora i 52 anni: in tutta Europa, soltanto Chemnitz e la Liguria fanno peggio, ma nessuna delle due è un’isola, nessuna delle due è circondata dal mare e tagliata fuori dai meccanismi ordinari di riequilibrio demografico.
“La Sardegna non sta soltanto perdendo residenti: sta perdendo soprattutto giovani, famiglie e potenziale produttivo”, si legge nell’introduzione del report. Una sintesi che vale più di mille tavole statistiche.
106mila lavoratori fantasma: il conto che nessuno vuole pagare.
Il Centro Studi ha tradotto il declino demografico in una stima economica concreta e rigorosa. Nel 2005, i residenti sardi tra i 15 e i 64 anni rappresentavano il 69,6% della popolazione totale; nel 2025 quella quota è crollata al 62,8%. Se la struttura demografica dell’isola fosse rimasta quella di vent’anni fa, oggi ci sarebbero oltre 106mila residenti in più in età lavorativa. Applicando ai singoli comuni i rispettivi tassi di occupazione e i valori aggiunti per addetto rilevati dal database Frame SBS territoriale, il risultato è una perdita di 44.238 occupati potenziali e di circa 1,705 miliardi di euro di capacità produttiva. Una simulazione più conservativa, basata sul solo valore aggiunto del settore dei servizi, abbassa la stima a 1,455 miliardi: comunque oltre un miliardo e mezzo.
“La perdita di residenti non è soltanto una questione statistica: stiamo perdendo giovani, famiglie, lavoro e capacità produttiva”, sottolinea Andrea Porcu, direttore del Centro Studi di Confindustria Sardegna. “Se anche non fossimo sul fondo delle graduatorie demografiche europee, la situazione sarebbe comunque problematica per via dell’insularità. Ma con questi numeri, il quadro è davvero disarmante”.
I piccoli comuni, laboratori di desertificazione.
La crisi non è distribuita in modo uniforme sul territorio. Nei 130 comuni sardi con meno di mille abitanti, che ospitano complessivamente 70mila persone , l’età media supera i 51 anni e l’indice di vecchiaia raggiunge quota 381. Nessuno dei cento comuni con la più bassa percentuale di popolazione in età 15-49 anni supera i 5mila abitanti. Nei centri sotto i 10mila residenti, la quota di stranieri non arriva al 2,5%: il flusso migratorio che altrove compensa almeno in parte il calo delle nascite qui non arriva, o arriva in quantità del tutto insufficiente. Il 32,8% dei sardi vive in aree rurali, il 36,4% nelle aree interne: in un territorio così disperso, il declino demografico non significa solo meno nascite, ma meno scuole, meno ambulatori, meno trasporti, meno domanda interna, meno ragione per restare.
I bandi che non ci sono.
Il paradosso più bruciante, però, è un altro. Mentre Confindustria Sardegna pubblica un report che grida all’emergenza, le misure concrete per contrastare lo spopolamento , a partire dai bandi regionali dedicati agli incentivi per chi sceglie di vivere e lavorare nei borghi in declino , risultano ancora in larga parte ferme (al mese di gennaio 2026). Fondi europei e nazionali destinati al contrasto dello spopolamento giacciono inutilizzati o bloccati da iter burocratici che si trascinano da anni. Le risorse ci sono, ma i bandi non partono. Nel frattempo, ogni anno che passa, altri giovani fanno le valigie, altri comuni si svuotano, altri 1,7 miliardi di valore potenziale evaporano nell’aria.
“Le politiche demografiche non possono essere considerate misure sociali marginali”, conclude Porcu. “Sono un capitolo centrale della politica industriale e territoriale. La capacità della Sardegna di trattenere giovani, attrarre famiglie e lavoratori, sostenere la natalità e rendere vivibili i comuni interni incide direttamente sulla quantità di produzione che l’isola sarà in grado di generare”.
Il costo dello spopolamento, in altre parole, non è solo quello che si perde. È anche quello che si potrebbe fare, e non si fa.
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