15 Ottobre 2026
Politica

Sardegna, l’ennesima legge impugnata riapre la crisi di credibilità del legislatore regionale.

Il nuovo caso di impugnativa che investe la Sardegna, la vicenda della legge sul suicidio medicalmente assistito mette in luce – ancora una volta – i limiti strutturali del Consiglio regionale. Da anni, i sessanta consiglieri si confermano eccellere esclusivamente nella produzione di emendamenti puntuali (i famosi assestamenti e manovre) spesso letti come strumenti per frammentare risorse più che per costruire riforme organiche. Una tendenza che si accompagna a una produzione normativa di scarsa qualità, come confermano tanto i testi approvati in questa Legislatura (provare per credere) e le impugnazioni del Governo nazionale (qualcuno/a dovrebbe chiedere scusa a Solinas e compagni…).

In questo quadro, la scelta del centrosinistra sardo di approvare una legge su una materia notoriamente fuori dalla competenza regionale – pur di parlare alla pancia del proprio elettorato – appare come un passo destinato più alla battaglia simbolica che all’efficacia giuridica. La legge n. 26 del 18 settembre 2025 nasceva con un destino già segnato: quello di essere impugnata dal Governo. E così è stato.

La nota di Palazzo Chigi è inequivocabile: l’intero impianto normativo “esula in via assoluta dalle competenze regionali” e invade ambiti riservati allo Stato, dall’ordinamento civile e penale alla definizione dei livelli essenziali delle prestazioni sanitarie. Una bocciatura totale.

Il risultato è un dibattito politico interno al legislatore sardo che si è rivelato più un esercizio di propaganda che un reale confronto sulle prerogative della Regione. E mentre si brucia tempo istituzionale in provvedimenti destinati al binario morto, si ripropone la domanda che da anni attraversa il discorso pubblico isolano: la classe dirigente della Sardegna a cosa serve?

Una domanda che, con ogni nuova impugnativa, torna puntualmente d’attualità.