11 Marzo 2026
PoliticaSardegna

Sardegna, la politica del nulla tra “consenso di legislatura”, mozioni inutili e visioni miopi

C’è un problema serio, e non è nuovo, ma aggravato ora dalla crescente crisi economica e sociale: l’inconsistenza e incompetenza della classe dirigente sarda — e in particolare dei legislatori regionali — capace di mantenere una intera comunità sarda a galleggiare in un pantano di mediocrità e totale assenza di visione. Un’élite politica (Ça va sans dire) che, invece di programmare, pianificare e costruire un futuro sostenibile per l’isola e i suoi abitanti, si limita a sopravvivere a suon di comunicati stampa autoreferenziali, proclami vacui e un’ossessiva attenzione alla conservazione del “consenso da legislatura”, quel meccanismo tossico per cui ogni decisione viene filtrata unicamente in funzione della rielezione, e mai del bene pubblico.

Nell’isola che brucia (e dove la narrazione istituzionale prova ad assolvere il governo regionale…) e che non è capace di spendere le risorse (eclatante il caso del PR FESR 21-27) continuano a mancare politiche strutturali, scelte coraggiose e di un pensiero strategico che sappia tenere insieme ambiente, sviluppo, coesione sociale e qualità della vita. Ma di tutto questo, la politica regionale continua a non occuparsi. Al contrario, si preferisce giocare a fare gli statisti con mozioni su temi di rilevanza internazionale, come la guerra a Gaza — tema sul quale il Consiglio regionale non ha né competenza, né strumenti concreti per incidere -. Un teatrino buono per i titoli dei giornali e per le clip da rilanciare sui social, mentre i trasporti interni restano fatiscenti, la sanità implode, l’isola brucia e i giovani emigrano a ritmi costanti.

E che dire della “grande indignazione” di alcuni “prodigi” della politica regionale sull’arrivo dei 92 detenuti al 41-bis nella Casa Circondariale di Uta nelle carceri sarde? Un’altra occasione per agitare bandierine identitarie, gridare al complotto, fare passerella davanti ai media. Ma poi? Nessuna riflessione strutturale sulla legalità e sulla sicurezza (venisse ascoltata la Garante regionale delle persone private della libertà personale, Irene Testa), nessuna discussione seria sul ruolo della Sardegna nel quadro nazionale.

Nel frattempo, l’attività legislativa langue in un provincialismo grottesco. Le proposte di legge si muovono tra la tutela corporativa — a difesa di micro-interessi territoriali come gli artigiani del Goceano, dimenticando gli artigiani del resto dell’isola — e l’anacronismo più surreale, con dibattiti su regolamentazioni dei funghi epigei che sembrano usciti da un manuale di botanica del secolo scorso, mentre il cambiamento climatico incalza, l’agricoltura è in crisi e i territori interni si spopolano.

Programmazione ex ante? Visione sistemica? Sostenibilità ambientale? Tutela della qualità della vita dei sardi? Parole vuote, quando non proprio assenti dal vocabolario di una politica troppo impegnata a “menare la bernarda”, come si direbbe con ironia amara, mentre l’isola affonda nell’inazione.

L’unico orizzonte di questa classe di “truffatori istituzionali” (che resta quello del comunicato stampa autocelebrativo e delle tabelle di emendamenti puntuali per mantenere lobby e mediocrità nell’isola) continuerà a non essere proiettato verso un futuro degno di essere chiamato tale.