Politica

Sardegna. La finanziaria entra in Consiglio: tra proclami e vecchie logiche nulla cambia.

Si è aperta stamattina (ma solo per 47 minuti e con un ritardo di oltre 30 minuti dalla tabella dei lavori) la prima seduta per l’esame della Legge di stabilità regionale 2026 e del disegno di legge e del disegno di legge 159/A “Bilancio di previsione 2026-2028”. Un dibattito, come sempre, di scarso tenore e che conferma non solo un importante deterioramento del Legislatore sardo ma anche l’inconsistenza della narrazione della maggioranza circa la centralità del provvedimento, come ricorda la repentina sospensione della seduta dopo soli 47 minuti.

Dalle prime battute – non si è parlato granché stamattina nell’Aula – è dato solo sapere che anche a questo giro il mondo delle professioni è ancora una volta assente dalla legge finanziaria regionale e che dopo quasi due anni di governo, non si è riusciti a migliorare un impianto normativo che da diversi lustri condanna l’Isola a perdere opportunità a vantaggio di quel piccolo mondo antico sardo, fatto di leggi di finanziamento scarsamente coese e approvate solo per sostenere finanziariamente questo o quel piccolo “crogiuolo di interessi regionali”. E’ la bassa politica bellezza!

Altrettanto risibili, per usare un eufemismo, le dichiarazioni dell’opposizione, critiche verso la scarsa visione del provvedimento. Stigmatizzazioni incoerenti pensando all’inerzia rilevata nel corso della XVI Legislatura dove, visto le citazioni odierne, la formazione professionale è stata spesso terreno di sprechi, non si è intervenuto sulle cosiddette accademie professionali, condannando le imprese a non poter ricevere risorse per formare in house i propri dipendenti e creare valore e professionalizzazione.

In Sardegna, in sintesi, resta strategico l’approccio mirato a buttare milioni di euro in enti di formazione per il lavoro (alimentando di fatto la cosiddetta “macelleria sociale” nota a tanti formatori alle prese con soggetti vulnerabili) che stanziare ed erogare in modo strutturale le risorse alle imprese, ovvero il terminale del mercato del lavoro nonché le uniche in grado di trasformare la formazione in occupazione reale.

Sulla stessa linea l’appello della minoranza al cambio di passo e a allo stop verso le “condotte spericolate che sconfinerebbero nell’illegittimità amministrativa”. Un richiamo che suona debole e poco sincero se confrontato con quanto accaduto negli anni, sia sotto i governi di centrodestra di ieri sia sotto quelli di centrosinistra di oggi. Perché la prassi è sempre la stessa: distrarre risorse pubbliche con emendamenti mirati ad ogni finanziaria e assestamento di bilancio.

La sensazione diffusa è che nulla cambierà e che anche questa legge finanziaria seguirà le “regole della continuità”. Lo confermeranno (il tempo è galantuomo), le tabelle allegate alla finanziaria, dove compariranno le poste di spesa e i consueti “vincitori” della greppia 2026.

Con queste premesse, l’analisi dei lavori del Consiglio rischia di essere tempo perso. Tutto resta immutato, comprese le dinamiche del dibattito.

Un copione già visto, che alimenta sfiducia e disincanto. Altro che rigore e riforme: in via Roma lo spettacolo continua, e c’è davvero abbastanza materiale da far impallidire uno spettacolo circense.