Sardegna, isola sacrificata: Meloni taglia i fondi ai giovani sardi
C’è un’Italia che conta e un’Italia che non conta. E il nuovo riparto del Fondo per le Politiche Giovanili 2026, firmato dal governo Meloni, lo dice in modo brutale, nei numeri secchi di una tabella ministeriale. Con 401.611 euro, il 2,96% del totale, Roma dice ai giovani sardi: arrangiatevi.
Non stiamo parlando di un comune di provincia. Stiamo parlando di un’isola con 1,57 milioni di abitanti, con un tasso di emigrazione giovanile tra i più alti d’Europa, con interi paesi che si svuotano di under35 come sabbia tra le dita, con una distanza geografica dal continente che già di per sé costituisce un handicap strutturale per chiunque voglia costruirsi un futuro.
Il confronto che fa male.
La Lombardia, che già attrae capitali, imprese e opportunità da ogni angolo del Paese, riceve 1.919.863 euro. Quasi cinque volte la Sardegna. Sia chiaro: nessuno mette in discussione che una regione da 10 milioni di abitanti abbia esigenze maggiori. Ma il problema è un altro: questo fondo non dovrebbe semplicemente rispecchiare le dimensioni demografiche. Dovrebbe servire a colmare le disuguaglianze, a rispondere alle criticità, non a fotografare lo status quo.
E le criticità in Sardegna ci sono, sono documentate, sono gravi e continuano ad essere sistematicamente ignorate.
La Sicilia, altra regione insulare, riceve 1.246.893 euro. Tre volte la quota sarda. Con problemi di spopolamento? Certamente. Ma la Sardegna è l’unica regione italiana ad avere una legge regionale specifica sullo spopolamento (anche se i bandi non si fanno con puntualità), perché il fenomeno qui ha assunto dimensioni da emergenza demografica.
Persino la Liguria riceve 409.752 euro. Di più. Senza essere un’isola. Senza il costo del traghetto. Senza i borghi fantasma dell’Ogliastra o del Gennargentu.
Una questione di metodo, non di numeri.
Il criterio di riparto usato dal governo è quello demografico, con lievi correttivi. È un metodo che ha una sua logica contabile, ma zero logica politica quando si parla di politiche giovanili.
Le politiche giovanili non servono a premiare dove ci sono già molti giovani. Servono a trattenere i giovani dove stanno scappando. Servono dove il disagio è maggiore, dove le opportunità scarseggiano, dove senza un intervento pubblico il territorio muore.
Su questi parametri, la Sardegna dovrebbe ricevere proporzionalmente di più, non di meno. Invece, il governo Meloni sceglie il criterio più comodo, quello che non richiede analisi, non richiede coraggio politico, non richiede di scegliere, e lo applica meccanicamente, come se stesse distribuendo fondi per il rifacimento degli asfalti.
A livello regionale, poi, la maggioranza di turno (ora c’è l’Alessandra) spende tali risorse finanziando le azioni calate dall’alto, come capitato con Giovani Vispi e il “famosissimo” programma “Start: giovani e impresa”.
La retorica contro i fatti.
Il centrodestra ha costruito la propria narrativa sulla difesa delle identità territoriali, sulle radici, sul Sud che non deve “svuotarsi”. Giorgia Meloni in campagna elettorale parlava di “meridionalismo”, di attenzione alle periferie, di rispetto per le comunità locali.
401.611 euro, ricordiamolo, non bastano per un progetto serio di politiche giovanili in un’isola. Non bastano per strutture, formazione, orientamento, mobilità e cultura.
Insomma, anche il governo Meloni (manca poco alla scadenza naturale) ha dimostrato una scarsa visione in materia di politiche giovanili: una delle chiavi imprescindibili per il riequilibrio territoriale di una Nazione condannata al tramonto demografica.
Una ripartizione, infine, che ci dice che la Sardegna, nonostante il suo status di isola, nonostante la sua distanza geografica, nonostante decenni di spopolamento documentato, non è una priorità.
foto facebook/AlessandraTodde
