Sanzioni contro Israele, l’Unione europea resta divisa
Nessuna svolta in Medio Oriente. L’Unione europea non riesce ancora a trovare un accordo sulle possibili misure restrittive nei confronti di Israele, con i 27 Stati membri divisi soprattutto sulla procedura da seguire per approvarle: voto all’unanimità o maggioranza qualificata.
Dopo il fallimento delle precedenti ipotesi, che prevedevano la sospensione dell’accordo di associazione Ue-Israele e sanzioni individuali contro il ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben Gvir, sul tavolo del Consiglio europeo è arrivata la proposta della Commissione per intervenire sul commercio con gli insediamenti israeliani nei territori occupati della Cisgiordania.
Le opzioni in discussione, ad oggi, sono tre: introdurre un sistema di autorizzazioni per l’importazione di prodotti provenienti dagli insediamenti, applicare dazi aggiuntivi per renderli meno competitivi sul mercato europeo oppure vietarne completamente l’importazione. Secondo l’Alta rappresentante Ue per la politica estera, Kaja Kallas, quest’ultima soluzione sarebbe quella che ha raccolto il maggiore consenso politico tra gli Stati membri.
Il principale ostacolo riguarda però la base giuridica del provvedimento. La Commissione europea ritiene che misure di questo tipo abbiano una forte valenza politica e debbano quindi essere adottate come strumenti di politica estera, richiedendo il consenso unanime dei 27 Paesi. Un’interpretazione contestata dai servizi giuridici del Consiglio, che non hanno escluso la possibilità di ricondurre tali interventi alla politica commerciale comune, settore nel quale sarebbe sufficiente una maggioranza qualificata.
Dietro il confronto tecnico si nasconde una più ampia divergenza tra le istituzioni europee. Kallas ha commentato con ironia il dibattito: “Si possono sempre trovare diversi avvocati che propongono idee diverse. Quando ci sono due avvocati, ci sono tre opinioni”.
Sul piano politico, l’obiettivo di limitare le importazioni provenienti dagli insediamenti israeliani trova in linea di principio un consenso diffuso. Diversi governi europei ritengono infatti incoerente riconoscere un’etichettatura commerciale per prodotti provenienti da aree considerate illegali secondo il diritto internazionale. Inoltre, la continua espansione degli insediamenti e le violenze dei coloni in Cisgiordania vengono indicate come un fattore che mette a rischio la prospettiva della soluzione dei due Stati.
Tra i Paesi favorevoli alla necessità dell’unanimità figurano Italia e Germania. Il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani ha spiegato che Roma è disponibile a valutare una futura proposta, ma ritiene che una decisione di questo tipo debba essere presa “all’unanimità”, trattandosi di una scelta politica e non commerciale. “Non siamo pregiudizialmente contrari, ma non so se si potrà decidere prima delle elezioni in Israele”, ha aggiunto.
Anche Berlino ha ribadito una posizione critica sulla politica degli insediamenti. Il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul ha dichiarato che tale politica “non è conforme al diritto internazionale” e ha chiesto al governo israeliano di adottare misure ferme contro i coloni violenti, pur sottolineando l’importanza di mantenere aperto il dialogo con Israele.
Per i sostenitori di una linea più dura nei confronti di Tel Aviv, tuttavia, il dibattito sull’unanimità e il calendario elettorale israeliano non devono trasformarsi in un ulteriore rinvio delle decisioni europee.
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