17 Marzo 2026
PoliticaSardegna

Sanità italiana, Mario Nieddu: “Un divario che continua ad ampliarsi”

Il sistema sanitario italiano continua a mostrare una frattura profonda tra Nord e Sud, una distanza che negli anni non solo non si è ridotta, ma in molti casi si è ampliata. La pandemia di Covid-19, per esempio, ha reso evidente quanto le disuguaglianze territoriali incidano sulla qualità delle cure, sull’accesso ai servizi e sulla tutela complessiva della salute. Ma anche quanto scelte politiche scellerate possano, nel medio-lungo periodo, far “saltare il banco” e presentare il conto ai cittadini, senza che da parte di chi governa – per effetto di un processo di rimozione selettiva – ci sia la minima autocritica e assunzione di responsabilità.

Intervenendo sul tema, attraverso una nota stampa, l’ex assessore regionale alla Salute, Mario Nieddu, ha evidenziato che l’approccio integrato promosso dall’Unione Europea e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità — che mette in relazione salute umana, ambiente e contesto sociale — resta ancora lontano da una piena applicazione operativa. “In Italia – ricorda l’ex esponente della giunta regionale – la disomogeneità nella distribuzione delle risorse rappresenta uno dei principali ostacoli”.

“I dati parlano chiaro – prosegue Nieddu -. Nel 2020 il Mezzogiorno ha ricevuto 106 euro in meno per abitante rispetto alle regioni del Centro-Nord. Una differenza che, moltiplicata per 20 milioni di cittadini, si traduce in 2,2 miliardi di euro di sottofinanziamento. In un sistema già caratterizzato da squilibri storici, questa disparità rafforza il vantaggio delle regioni settentrionali e rende sempre più difficile un reale processo di perequazione”.

Le conseguenze si riflettono direttamente sulla qualità dell’assistenza, riaccentuando divari territoriali evidenti: “Mentre al Nord i servizi riescono a mantenere standard elevati, al Sud si registrano maggiori criticità strutturali e organizzative”. “A questo fenomeno – chiosa Nieddu – si aggiunge il fenomeno della mobilità sanitaria: molti professionisti formati nel Meridione si trasferiscono al Nord, attratti da condizioni economiche e prospettive di carriera migliori. Parallelamente, migliaia di pazienti meridionali sono costretti a spostarsi per ricevere cure adeguate, generando un ulteriore trasferimento di risorse finanziarie verso le regioni più forti, impoverendo ulteriormente le già esigue finanze delle regioni del Sud”.

A confermare il quadro interviene anche il monitoraggio dei Livelli Essenziali di Assistenza, secondo Mario Nieddu: “Diverse regioni meridionali occupano stabilmente le posizioni più basse nelle classifiche di adempienza. Nel contempo, non si vede traccia dell’individuazione dei LEP, che dovrebbero fornire la garanzia, anche se solo verso il basso, dei livelli essenziali, in quantità e qualità, dei servizi in ambito di salute, istruzione e servizi sociali. La causa di questo ritardo è dovuta alla mancanza delle risorse per il loro finanziamento, il che è una tacita ammissione del fatto che non si può (ma si vuole?) colmare il gap tra Nord e Sud del Paese, nei settori più critici”.

L’impressione che non si stia procedendo sulla strada della tutela della salute in tutte le politiche, sebbene quest’ultima sia un obiettivi indicato dalla UE come prioritario, è difficile da contestare, evidenziando, nel contempo, interessi particolari lesivi dei diritti minimi dei cittadini.

“Questo – conclude Nieddu – ci porta alla conclusione che i vincoli alla spesa degli stati dovrebbero essere riconsiderati, soprattutto alla luce del fatto che è ormai acclarato il deleterio conflitto d’interessi tra le brame speculative della finanza internazionale che fa profitti sui debiti sovrani e le sacrosante esigenze delle popolazioni di vedere garantiti i propri diritti”.

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