10 Agosto 2026
Politica

Sanità in Sardegna, un calvario senza fine

La sanità sarda continua a soffrire, e i segnali non sono incoraggianti: i pronto soccorso restano sotto pressione costante, mentre la continuità assistenziale nelle comunità del territorio, tanto nell’entroterra quanto nelle zone turistiche, resta un punto debole strutturale. I bandi per la medicina generale vanno spesso deserti, lasciando intere zone senza un presidio sanitario di base adeguato. Anche gli hub ospedalieri, va detto, mostrano segnali di affanno crescente, con un livello di assistenza che fatica a reggere il confronto con gli standard richiesti dai servizi di supporto.

Diversi grandi Distretti sociosanitari, ricorda oggi l’ex assessore alla Sanità Mario Nieddu, sono privi di una guida stabile: “Un problema che si aggiunge, più che sostituirsi, al disordine e alla confusione che regnano nel settore , non tanto per malafede, quanto per la difficoltà oggettiva di tenere insieme un sistema così complesso”.

Nel frattempo, elemento sotto gli occhi di tutti da oltre due anni, la Presidente della Giunta regionale e l’Assessorato competente non sembrano davvero preoccupati della situazione. “Continuano piuttosto a gestire l’apparenza, salvo poi essere puntualmente smentiti dai fatti”.

Al di là delle emergenze quotidiane che si susseguono, l’amministrazione sembra completamente priva della capacità , e del tempo , necessari per progettare una strategia di medio e lungo periodo. Ed è proprio qui che si gioca la vera partita: nel riuscire a risolvere alcune delle criticità più rilevanti attraverso un rilancio della medicina territoriale, provando a spostare il dibattito politico su una proposta utile e concreta.

Si dovrebbe, in altre parole per Nieddu, costruire un nuovo modello in cui il Distretto torni a essere il perno della nuova medicina del territorio. “Proprio perché i Distretti non rientrano nell’Allegato 2 del DM 77 , e quindi non hanno carattere prescrittivo rispetto ai valori dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) , si potrebbe intervenire con una certa flessibilità sul loro dimensionamento”, suggerisce Nieddu.

Anche la letteratura scientifica sul tema conferma che nei Distretti di dimensioni più contenute risulta più semplice integrare i servizi e gli enti preposti all’assistenza. Si rafforzerebbe così anche la capacità di esercitare pienamente le prerogative distrettuali: “Penso – aggiunge l’ex assessore regionale alla Sanità -alla stratificazione dei bisogni, alla committenza, e di conseguenza alla programmazione delle prestazioni sociosanitarie sul territorio”.

Resta però un problema di fondo: l’Allegato 2 del DM 77 non prevede il Distretto come figura di riferimento, il che si traduce in un mancato riconoscimento del suo ruolo di coordinatore delle strutture e delle attività sanitarie operanti nel territorio , a partire dalle COT, dagli Ospedali di Comunità e dalle Case di Comunità.

È proprio a questo livello che entra in gioco la capacità politica di guardare lontano, ammonisce Nieddu: “Assegnare al Distretto un ruolo di coordinamento reale su tutta l’attività territoriale, tanto in ambito sanitario quanto sociosanitario, permettendo così di realizzare quel salto di qualità da tutti auspicato ma finora mai davvero compiuto”.

Per completare questo disegno, insomma, servirebbero Distretti dotati di risorse proprie, previsti da una Direzione capace di uscire dalla mera gestione burocratica. E la clausola dell’invarianza finanziaria, va detto con chiarezza, non può più essere considerata un ostacolo per la nostra regione: “La conseguenza, altrimenti, è che alla Giunta , dopo la fine della legislatura, non resterà che l’eredità di una mancanza di prospettiva che la nostra terra, ormai da tempo, non può più permettersi di scontare”, conclude Nieddu.