15 Agosto 2026
Politica

Sanità in Sardegna: la grande incompiuta. Tra spoil system, ospedali vuoti e (poche) alzate di ingegno

C’è una costante nella sanità sarda che attraversa le legislature come un filo rosso: la distanza abissale tra la diagnosi dei problemi e le terapie proposte dalla classe dirigente del momento. Cambiano i governi regionali, cambiano i presidenti, cambiano gli assessori. Ma le soluzioni restano le stesse , più soldi, nuovi vertici e qualche bando deserto, mentre i problemi restano pressoché gli stessi del passato ma con notevoli punte di peggioramento.

L’attuale presidenza Todde non fa eccezione. Nel secondo anno di governo, l’energia politica si è concentrata più sullo spoil system all’interno del sistema sanitario regionale , la sostituzione dei vertici delle Asl, Areus, Arnas e Aou dell’isola, che sulla ricerca di soluzioni strutturalmente applicabili alle specificità regionali. Una scelta comprensibile nella logica della politica, ma devastante nella logica della salute pubblica. E ora, a mandato già avviato, si stenta a capire l’ultima (non) riforma sanitaria voluta dalla presidente nuorese.

Il problema non sono i soldi. Il problema è la mancanza di rispetto per il servizio pubblico.

Riformare la sanità sarda non si riduce ad aumentare le risorse o cambiare i vertici. Eppure è esattamente su queste due leve che la politica regionale continua a puntare, legislatura dopo legislatura, con una fedeltà al fallimento che sarebbe ammirevole se non fosse tragica.

La spiegazione di questa distanza cronica tra diagnosi e terapia è politica, non tecnica. Cambiare i vertici produce consenso immediato, gratifica (ma non in questo caso visti i malumori all’interno del PD) la coalizione, posiziona i fedelissimi, manda un segnale di discontinuità visibile. Aumentare i fondi produce titoli di giornale (tanto i giornalisti che ne capiscono di sanità pubblica) rassicura i cittadini, impegna risorse che qualcuno gestirà, costruisce narrazioni di investimento.

Riformare davvero, invece, richiede di toccare interessi consolidati, ridisegnare competenze, affrontare resistenze corporative, assumere decisioni impopolari nel breve periodo. Nessuna di queste cose produce voti nell’immediato. E così la sanità sarda rimane intrappolata in un ciclo di annunci e immobilismo.

Il flop del bando per le sedi disagiate: quando i soldi non bastano.

La notizia è di oggi ed è poco sorprendente per chi segue la sanità isolana da anni: l’ultimo bando per le sedi disagiate rivolto ai medici di base è andato deserto. Settanta domande per 496 posti disponibili. La maggior parte concentrate su Cagliari e Sassari. L’interno dell’isola, quello fatto di borghi che si svuotano, di anziani senza automobile e senza medico, è rimasto anche a questo giro a mani vuote.

La carenza strutturale di medici di Medicina Generale è un’emergenza che si trascina da anni (con notevoli colpe proprio del centrosinistra sardo). Oggi, puntualmente, gli incentivi economici per le sedi disagiate, presentati con toni trionfalistici dalla politica regionale, si sono rivelati quello che molti avevano previsto: un flop. Non perché la cifra fosse sbagliata, ma perché il problema non è economico. Un medico giovane, che ha investito anni nella formazione, che vuole costruire una vita professionale e personale, non si trasferisce in un piccolo centro dell’entroterra sardo per qualche migliaio di euro in più al mese. Mancano le infrastrutture, mancano i servizi, manca la connettività, manca la prospettiva di carriera e, come racconta la cronaca, manca la sicurezza. Manca, in una parola, il contesto. E nessun incentivo monetario può sostituire il contesto.

Ospedali di comunità senza comunità di medici.

La medicina di prossimità viene indicata come la risposta strutturale all’invecchiamento della popolazione sarda, tra le più anziane d’Italia. Case di comunità, ospedali di comunità, reti territoriali integrate: un modello teoricamente corretto, che ha senso in un contesto dove i medici, gli infermieri e altri professionisti della salute esistono. In Sardegna, dove medici di medicina generale, infermieri e specialisti sono già oggi insufficienti, costruire la rete prima del personale è come costruire le rotaie senza i treni (in effetti una condizione coerente se si pensa che in Sardegna già si comprano i treni di ultima generazione con un sistema di rotaie che ha ad oggi solo 50 km di ferrovia a doppio binario, sulle 427 attualmente attive).

Entro giugno dovrebbero aprire le nuove strutture previste dal PNRR e qualcuno dovrebbe porsi una domanda semplice: chi ci andrà a lavorare? Il rischio concreto è quello che la Sardegna conosce bene e che ha già vissuto troppe volte: strutture inaugurate con la solita enfasi politica (tanto chi fa monitoraggio nell’Isola?), presidiate da qualche dirigente per qualche mese, e poi progressivamente svuotate fino all’abbandono. Cattedrali nel deserto sanitario, utili alla retorica dell’Esecutivo di turno, meno ai pazienti.

Il registro tumori che non c’è: governare al buio.

Senza dati non esiste programmazione. È un principio noto a qualsiasi studente di sanità pubblica. Eppure la Sardegna è ancora oggi l’unica regione italiana dove non è attivo il registro tumori. In assenza di questo strumento fondamentale, non è possibile conoscere con precisione l’incidenza delle patologie oncologiche, la loro distribuzione geografica, i trend nel tempo. Non è possibile, di conseguenza, pianificare le risorse, orientare la prevenzione, valutare l’efficacia delle terapie.

Come si può programmare la sanità senza conoscere il reale fabbisogno di salute della popolazione? La domanda si pone da anni, e l’assenza di risposta operativa genera un sospetto legittimo: la mancanza di dati è davvero solo un ritardo amministrativo, o fa comodo a qualcuno mantenere ampi margini di discrezionalità politica? Quando non esistono numeri certi, ogni scelta diventa difendibile in politica. Quando non esistono benchmark oggettivi, ogni fallimento diventa contestabile. L’opacità dei dati non è neutrale: è, essa stessa, una scelta politica.

Liste d’attesa e prevenzione: l’ipocrisia dello screening impossibile.

Si parla spesso di screening e prevenzione come pilastri della sanità moderna. È giusto. Ma la prevenzione presuppone la capacità di eseguire gli esami diagnostici in tempi utili. Una colonscopia, esame fondamentale per la diagnosi precoce del tumore al colon-retto, uno dei più diffusi , richiede in Sardegna tempi di attesa che si misurano in mesi, talvolta in anni. Come si fa prevenzione con liste d’attesa di questa lunghezza? Come si risparmiano i futuri costi sociali, umani prima ancora che economici , di patologie diagnosticate in stadio avanzato, quando una diagnosi precoce avrebbe cambiato tutto?

La risposta è scomoda ma inevitabile: con la sola sanità pubblica, in un’isola con pochissimi medici e infermieri, non si colma il ritardo delle liste d’attesa. Il privato convenzionato e accreditato non è il nemico del sistema pubblico: è, nelle condizioni attuali della Sardegna, una risorsa necessaria. Rifiutarsi di riconoscerlo non è una scelta ideologica nobile; è una scelta che pagano i pazienti sardi.

I “buoni a nulla sanitari”: 10 milioni e soltanto 28 strutture registrate nel portale della “competente” Aspal.

In questo scenario, l’assessora al Lavoro Desirè Alma Manca ha lanciato con notevole enfasi l’iniziativa dei “buoni servizi sanitari”, ribattezzati efficacemente da Sardegnagol “buoni a nulla sanitari”.

L’iniziativa, dotata di 10 milioni di euro, avrebbe dovuto aiutare i cittadini sardi ad accedere a prestazioni sanitarie private riducendo i costi.

Il problema è che in Sardegna esiste già un percorso di tutela strutturato (ma poco conosciuto) per i cittadini che ne hanno necessità. Invece di potenziarlo, promuoverlo, renderlo conosciuto e accessibile, si è scelto di creare uno strumento parallelo, nuovo, di cui quasi nessuno è a conoscenza. Andando oggi sul sito dedicato (i siti web in Sardegna non li sanno proprio fare), le strutture private registrate sono 28 e non tutte con lo stesso elenco di esami disponibili. Non sono numeri da iniziativa rivoluzionaria.

La domanda che resta senza risposta è perché si sia preferito investire 10 milioni in uno strumento nuovo invece di spenderli per far conoscere ai sardi quello che già esiste o aumentare con coerenza il budget per i privati convenzionati. La risposta, probabilmente, sta nella visibilità politica: un’iniziativa nuova porta il nome di chi la lancia; potenziare qualcosa di esistente no. E vai col tango Alma!